100 anni di musica ininterrotta – ScarlattiLab barocco “La forza delle stelle”

Uno scenario per musica scritto da una regina: Cristina di Svezia e Alessandro Stradella nella Roma intorno al 1675.
di Dinko Fabris*

La vita avventurosa di Alessandro Stradella (nato a Nepi da una famiglia nobile nel 1639 e morto assassinato a Genova nel 1682) fin dal secolo XIX è entrata nel mito, soprattutto per la sua fine degna di un romanzo noir: già nel 1866, seguendo nuovi documenti scoperti da Angelo Catelani, un critico commentava che Stradella era un compositore a quei tempi “celeberrimo, non per le sue opere da chiesa, da teatro ed accademiche che assai pochi conoscono, ma per i suoi amori con una bella Veneziana, pel rapimento, la fuga con la stessa, per la vendetta che volle trarne un patrizio veneto, per la storia dei sicari che lo risparmiarono in S. Giovanni Laterano di Roma commossi all’audizione di un suo oratorio, per l’assassinio di Genova che pare una favola del Bourdelot: finalmente per la famosa aria da chiesa Pietà, Signor! che non è sua, e ch’è forse la mistificazione di un grande compositore contemporaneo, complici Fétis e Niedermeyer. In Italia…certe tradizioni favolose attecchiscono facilmente… la storia della musica è zeppa di tali errori”. Se a lui accostiamo l’ancor più eclatante vita pubblica della sua perfetta contemporanea Cristina, la colta e spregiudicata regina di Svezia (nata a Stoccolma nel 1626 e morta a Roma nel 1689), che scosse già la morbosità dei suoi tempi e poi fino ad oggi ha prodotto decine di romanzi e perfino film di successo (come La regina Cristina con Greta Garbo, del 1933), avremmo tutti gli ingredienti per una storia particolarmente accattivante. Invece il rapporto tra la regina che usò la sua conversione al cattolicesimo per ottenere un enorme consenso nella Roma di metà Seicento, e uno dei più importanti compositori italiani di quel secolo, fu semplicemente l’espressione del grande mecenatismo artistico musicale che contraddistinse l’azione culturale di Cristina nei suoi splendidi anni romani.

Cristina era entrata solennemente a Roma il 23 dicembre 1655, dopo il trionfale viaggio attraverso l’Europa e le principali città italiane, per potenziare al massimo gli effetti della sua conversione inaspettata al cattolicesimo e l’abbandono del trono protestante di Svezia al cugino Carlo. Il suo status rimase quello di una regina in esilio con una buona rendita (almeno sulla carta, sempre molto difficile da riscuotere) e soprattutto con una libertà totale che la esentava da molte restrizioni della Roma papale. Divenne in poco tempo il personaggio più ricercato e discusso della capitale e cominciò ad animare i circoli culturali desiderosa di creare un’accademia di cultura classica con musica, progetto che perseguì senza potersi realizzare compiutamente per tutta la sua vita e dal cui seme vide sorgere, solo un anno dopo la sua morte, l’Arcadia. Riuscì perfino a vincere le fortissime resistenze della corte papale nei confronti dell’opera pubblica, aprendo nel 1671 dopo anni di sforzi il primo vero teatro pubblico a Roma, il Tordinona. Il suo interesse dominante per la musica era forse dettato anche da calcoli propagandistici, ma sicuramente era sincero e competente. Fin dai suoi ultimi anni in Svezia aveva assunto un musicista italiano, Alessandro Cecconi, che portò con sé a Roma e che doveva aiutarla ad orientarsi in quel mondo in continua e rapida evoluzione. Tutto questo riguarda naturalmente solo una piccola parte della personalità esuberante e protagonistica di Cristina, ma ci aiuta a capire come sia nato nella mente della regina il progetto di divenire lei stessa co-autrice di una composizione musicale di tipo rappresentativo, su cui è imperniato appunto lo spettacolo di questo speciale ScarlattiLab.

Il primo incontro con la regina di Svezia, sia pure indiretto, dell’allora trentaduenne Alessandro Stradella avvenne proprio al teatro Tordinona nel 1671 con le musiche nuove da lui aggiunte per l’allestimento del Novello Giasone di Francesco Cavalli. Anche nella successiva stagione 1672 si ebbero musiche aggiunte di Stradella al Tito di Cesti, ma poi la collaborazione cessò e dal 1675 fu chiuso anche il teatro. Nel 1674 invece si ebbe la prima collaborazione di Stradella con il poeta Sebastiano Baldini in una composizione dedicata proprio a Cristina, che fu eseguita all’aperto di sera su dei carri sotto i balconi del palazzo Riario dove abitava la regina: Il duello. Serenata fatta dal Prencipe D. Gasparo Altieri alla Regina di Svetia l’agosto 1674. Fu forse questo modello a suggerire a Cristina di cooptare proprio i due autori per il suo progetto di cantata-serenata destinata alla sua accademia, forse per un evento speciale. L’avventurosa e affascinante storia di questo progetto e della successiva dispersione delle fonti è stata minuziosamente ricostruita, quasi come una storia di spionaggio, qualche anno fa da Carolyn Gianturco, massimo studioso di Stradella, autore cui ha dedicato tra l’altro la monografia ormai classica pubblicata da Oxford University Press nel 1994 e l’amorevole cura degli Opera omnia in corso di realizzazione presso ETS di Pisa (introduzione musica e testi nel volume serie I, 14). Riassumerò qui di seguito le notizie fornite dalla studiosa che ringraziamo insieme ad Antonio Florio per la sua gentile disponibilità e collaborazione.

Nell’anno santo 1675 tutte le attività teatrali a Roma furono interrotte e fu questo probabilmente il periodo in cui il progetto della regina prese corpo. Cominciò la stesura di uno scenario per una Serenata a cinque voci: due soprani, contralto, tenore e basso accompagni con soliti strumenti, e sinfonia che doveva intitolarsi La forza delle stelle ma che nelle partiture che sopravvivono è indicata come Il Damone. La denominazione “serenata” indicava la probabile utilizzazione serale di quella che per il resto è una tipica cantata del tempo, basata su un dialogo d’amore tra due personaggi mitologici, Clori e Damone, in cui intervengono a commento altre voci, ma che in realtà è una discussione accademica, letteraria e filosofica, sul tema dell’amore (in parte influenzata dal modello di Petrarca). Gianturco ha dovuto seguire via via il destino della biblioteca di Cristina di Svezia dopo la sua morte per poter individuare il manoscritto originale di questo scenario in Francia, tra la Bibliothéque Nationale di Parigi e la biblioteca della Facoltà di Medicina dell’Università di Montpellier, che custodisce parte della raccolta di Cristina comprata nel primo Ottocento dopo che era stata portata in Francia dalle truppe napoleoniche nel 1798 l’intera biblioteca del cardinale Albani, dove quella raccolta era confluita dopo essere stata lasciata all’intimo amico cardinale Azzolini, il cui nipote l’aveva venduta agli Ottoboni. Nelle 34 pagine che sopravvivono dello scenario a Montpellier, la regina mostra con continue correzioni e cambiamenti il suo perfezionismo, indicando già compiutamente il testo poetico e perfino gli interpreti musicali, voci e strumenti, che intendeva fossero utilizzati. Da questa prima idea nacque il testo composto dal poeta Baldini (ne esistono sei stesure diverse nella Biblioteca Apostolica Vaticana, che seguivano evidentemente le richieste successive della reale committente) e si passò infine alla musica affidata a Stradella. Esistono oggi due partiture diverse del Damone, una a 5 voci (Modena, Biblioteca Estense) e l’altra a 7 voci (Torino Biblioteca Nazionale), segno che probabilmente la prima composizione eseguita (probabilmente in una accademia musicale degli inizi del1676) piacque e la regina ne chiese una versione più ampliata per una successiva ripresa. Non è esagerato dire che Cristina sia una vera co-autrice della serenata, poiché oltre allo scenario, si trovano sue indicazioni precise anche sugli interpreti da coinvolgere:
“Li soprani sono [Giuseppe] Vecchi [castrato = Damone] et [Francesco Maria o suo fratello Giuseppe] Fede [castrato = Clori], li tre voci pari D. Francesco Isidoro [Cerruti basso] et il tenore di S. Pietro [Giovanni Ricchi?]”. Quanto agli strumenti indicando i “soliti” la regina lasciava intendere di voler utilizzare un insieme già collaudato, raccomandando però per il basso continuo dei recitativi di utilizzare una “lira” e una “viola”. Conosciamo inoltre attraverso indicazioni della partitura a 7 voci altri nomi aggiuntivi di interpreti, tra cui due donne, Antonia Coresi e Giulia Masotti e probabilmente Francesco Grossi.

Nell’esecuzione odierna non sarà ricostruita né una né l’altra delle versioni che ci restano del Damone, ma soltanto alcuni assaggi di arie e pezzi d’insieme (insieme ad un’altra cantata a due costruita su un dialogo amoroso con strumenti, Per tua vaga beltade ovvero Dorillo e Lilla, ms. della Biblioteca Estense), perché lo scopo principale di questo Laboratorio è la ricostruzione ideale della personalità di Cristina di Svezia e il suo talento anche nelle questioni musicali, che nel momento dell’incontro con le straordinarie personalità del poeta Baldini e del compositore Stradella poté produrre un piccolo e imprevedibile capolavoro. La voce di una grande attrice utilizzerà quasi soltanto parole autentiche di Cristina o documenti del tempo per evocare questo straordinario incontro romano che prelude allo spirito che animerà la futura accademia dell’Arcadia, che realizzò finalmente il sogno intellettuale della regina di Svezia.

* Questo testo non può  essere riprodotto, con qualsiasi mezzo analogico o digitale, in modo diretto o indiretto, temporaneamente o permanentemente, in tutto o in parte, senza l’autorizzazione scritta dell’autore o della Associazione Alessandro Scarlatti.