Concerto 12 febbraio Note di sala

LE MUSICHE DELLA FESTA A NAPOLI

Dinko Fabris*

Napoli e la festa: un binomio inscindibile, che scandisce ogni epoca della millenaria storia di una città “palinsesto”di culture e genti. Gli antropologi e gli storici hanno da tempo studiato le forme e le manifestazioni peculiari della festa nel sud d’Italia, decretando che molti indizi nelle ritualità ancora evidenti ai nostri giorni sono sopravvivenze di un periodo storico particolare in cui si cristallizzò un “sistema della festa”, che regolava e scandiva la vita quotidiana della città – negli oltre due secoli di dominazione spagnola e poi austriaca, dal 1503 al 1734 -, in una ordinata ed equilibrata complementarietà tra sacro e profano, tipica delle civiltà del Mediterraneo (ancora fondamentali sono le pagine di Giuseppe Galasso, L’altra Europa, Milano, 1982).

Il rapporto tra questi due elementi si complica ancor più in una città ricca di simboli sovrapposti (come la sua architettura che procedeva per sovrapposizioni di edifici e strati abitativi), derivati dalla successione di culture che ne caratterizza la storia. La Napoli “spagnola” fu il laboratorio dove queste esperienze sovrapposte riuscirono a fondersi in un tappeto rituale unitario, che contrassegnò da quel momento la vita collettiva. Nelle cronache dei viaggiatori la meraviglia per la quantità di feste popolari, un calendario praticamente quotidiano, è pari allo stupore provocato dalla massa di gente in movimento dappertutto, che provocava un ronzio simile ad un alveare pieno di insetti (Capaccio, Il Forastiero, Napoli 1634). La città si sviluppò in altezza per contenere la folla di abitanti che raddoppiava esponenzialmente dal Cinquecento in avanti: la vita dei napoletani non poteva che svolgersi nelle strade, nelle piazze, al porto e in riva al mare, dovunque vi fossero spazi abbastanza aperti da contenere quella folla crescente in cerca degli elementi minimi per sopravvivere, cibo e lavoro, ma anche divertimento, unico antidoto alla cronica difficoltà esistenziale di chi è privo di tutto.

Il clima mite del “golfo più bello del mondo” permetteva questa vita all’aperto per quasi tutto l’anno e ci furono categorie sociali che si specializzarono in questa condizione di esistenza, come i lazzari o lazzaroni, protagonisti della più tarda letteratura romantica su Napoli. Come nei mercati orientali, la città all’aria aperta era un continuo girare e vendere qualsiasi cosa, donne comprese, agitata da ladri e assassini, da birri e schiavi delle galere che suonavano fragorosi strumenti, da parate militari e da religiosi che tentavano inutilmente di evangelizzare un popolo “pagano”.

A Napoli, più che in qualsiasi altra città europea dell’età moderna, ogni momento della esistenza umana, senza differenze di ordine sociale, è tramutato in occasione di festa pubblica: dal battesimo al matrimonio, dal compleanno all’onomastico (anche di un re lontano) al rito funebre, con essequie e catafalchi. Moltiplicando queste occasioni per le centinaia di migliaia di abitanti  e poi sommando le feste religiose dell’anno liturgico (divise in maggiori, minori, di quartiere, per ogni singola chiesa e cappella, o ordine religioso) e infine le occasioni eccezionali, come visite di ambasciatori o sovrani, indulgenze, matrimoni principeschi, e quant’altro poteva capitare: sembra non esservi giorno del calendario non festeggiato in città per qualche motivo.  Si arrivò al punto che gli eventi luttuosi che colpirono così spesso la città nell’età barocca furono imputati all’inosservanza delle feste: la peste del 1656, nell’opinione popolare, era stata causata dalle riduzioni delle feste ufficiali tentata dal viceré spagnolo per arginare l’assenteismo nei pubblici uffici.

C’erano naturalmente feste e feste. I maggiori appuntamenti dell’anno, che coinvolgevano l’intera massa della popolazione, erano ben individuati: Carnevale, Natale e Pasqua, Corpus Domini, Pentecoste, Assunzione e poi alcune feste di santi considerati principali: elemento quest’ultimo destinato ad inflazione, visto il moltiplicarsi esponenziale dei santi patroni della città, fenomeno parallelo all’incremento della popolazione. Se i protettori ufficiali erano ancora soltanto 8 agli inizi del Seicento, alla fine di quel secolo erano già 22 e sarebbero poi giunti all’attuale bella cifra di oltre 50. Le feste più popolari restarono tuttavia quelle legate a culti arcaici, corrispondenti a cicli stagionali: San Giovanni a mare, Sant’Antonio Abate, le 8 feste annuali della Vergine Maria (compresa Piedigrotta) e soprattutto le tre feste di San Gennaro. Neppure il periodo quaresimale riusciva ad imporre il silenzio ai napoletani, mentre il caldo estivo portava le feste (“spassi”)  sul mare, nello specchio d’acqua antistante Posillipo. Se le piazze e le strade sono i primi luoghi dello spettacolo, i napoletani non si accontentarono e costruirono veri teatri chiusi, dove assistere con maggiore passione a quegli spettacoli in cui era inserita la parodica rappresentazione di se stessi e dei propri gesti. L’opera in musica veneziana venne così sistematicamente arrangiata all’uso locale, per poi trasformarsi nel prodotto peculiare del teatro napoletano del Settecento, la commedia buffa.

I religiosi, dal canto loro, non rimanevano a guardare, visto che sul terreno della festa pubblica si giocava la posta del consenso e si affrettarono a trasformare chiese e cappelle in altrettanti teatri in cui il gesto e il suono valgono più dei testi sacri ad attrarre folle di fedeli.   E potevano i governanti esser da meno? Certamente no, tanto che – dopo aver imposto tasse sui giochi e sugli amori illeciti nei teatri pubblici e nelle strade adiacenti, si affrettarono ad aprire essi stessi dei luoghi teatrali per tenerli sotto controllo. Ma non era possibile controllare un intero popolo. Ogni naspoletano ancora oggi si considera un attore in pectore, orgoglioso dei suoi gesti e della sua naturale maschera antropica. Pulcinella “il filosofo che si diceva pazzo” incarna perfettamente il solito dualismo tra sacro e profano da cui siamo partiti.

Del resto Benedetto Croce non mancava di ricordare che fin dal medioevo Napoli era sempre stata considerata un “Paradiso abitato da diavoli” e qui l’immagine della festa si fa ambigua. I viaggiatori illuministi provenienti dal nord dell’Europa espressero spesso ribrezzo e scandalo per i costumi che trovavano primitivi e quasi animaleschi nelle feste di massa, come le “cuccagne” o certe processioni rituali a sfondo sessuale. Eppure l’unicità di Napoli rispetto alle altre capitali eurpopee, che limitano la festa ad un momento di trasgressione controllato (il Carnevale con le maschere), è proprio nella dimensione liberatoria continua della festa estesa all’intero anno, che esteriormente dipende da manifestazioni di natura alimentare (occasione di accaparrarsi cibo in condizioni di costante indigenza) ma in realtà maschera sopravvivenze di ancestrali riti orgiastici del paganesimo mediterraneo, quasi cosciente alternativa al potere costituito.

Se la festa napoletana ha sempre avuto una conclusione di tipo alimentare, come nei film di Totò e Peppino De Filippo, la sua colonna sonora ha una importanza imprescindibile per scatenare la danza e il divertimento o per scandirne gli aspetti magici e rituali. Storici della musica, antropologi, etnologi ed etnomusicologi del passato – così affannati a creare categorie di comodo come “musica colta” e “musica popolare” (di recente anche “musica antica” e “musica barocca”) – non sarebbero mai riusciti con i loro strumenti ad orientarsi nel melting pot della musica napoletana dell’età moderna.

Ci è riuscito invece da oltre trent’anni Antonio Florio, il musicista che più a fondo ha esplorato lo sterminato e fecondo patrimonio della musica napoletana del Sei e Settecento,  cogliendo l’ambivalenza costante tra colto e popolare di quella tradizione scritta si, ma che riflette una oralità quasi corporea. I componenti del suo gruppo, infatti, affrontano questo repertorio allo stesso tempo come colti musici di una rigorosa cappella ma anche come chiassosi teatranti ed improvvisatori della commedia dell’arte. Come esempio di interpretazione “diversa” osserviamo le tarantelle, danze simbolo della tradizione partenopea: l’intonazione popolare delle Tarantelle del Gargano  (tuttora vive in Puglia) si basa su moduli quaternari e lenti che risalgono senza dubbio al Seicento, lontani dall’oleografico balletto cui siamo abituati. Lo stesso discorso vale anche per l’opera barocca, spesso vista come una ingenua anticipazione del repertorio divenuto “classico” da Mozart in poi. E’ tutto il contrario: non si potrebbe capire il moderno teatro d’opera senza passare attraverso la corretta interpretazione dei suoi esordi napoletani, dalle scene buffe delle opere di Provenzale e più tardi dei contemporanei di Alessandro Scarlatti, soprattutto Vinci e Leo, che lanciarono in Europa un vero fanatismo per la “commedeja ppe mmuseca” napoletana e degli Intermezzi buffi (da Pergolesi in poi), più tardi diffusa ancora a livello internazionale da compositori come Paisiello e Di Majo. Al successo dell’opera comica napoletana contribuirono naturalmente i cantanti, che erano al tempo stesso attori: non soltanti i protagonisti buffi, ma perfino quelli seri, dalle spregiudicate canterine ai castrati educati nei Conservatori napoletani.

Il panorama sonoro che risulta dai diversi accostamenti del programma di questo concerto è talmente vario da rendere improponibile ogni commento specifico che prescinda dal loro carattere funzionale alla festa collettiva, senza spazio né tempo, valida ieri come oggi. Invito ad ascoltare in questa luce composizioni che rischiavano di giacere addormentate nelle polverose carte musicali delle biblioteche ed osserviamo sulla scena questi cantanti-attori ed esecutori, come Pino De Vittorio e Valentina Varriale, che non fanno rimpiangere le più famose coppie napoletane settecentesche. Attraverso suoni e gesti di sempre, forgiati sulle due anime della città, quella languida e melanconica e quella solare ed entusiasta, sarà più facile anche per i napoletani d’oggi comprendere la mostruosa ed inusitata bellezza della sovrapposizione urnbana in quel “palinsesto” che si chiama Napoli, capitale da sempre, anche senza regno.

 * Questo testo non può  essere riprodotto, con qualsiasi mezzo analogico o digitale, in modo diretto o indiretto, temporaneamente o permanentemente, in tutto o in parte, senza l’autorizzazione scritta dell’autore o della Associazione Alessandro Scarlatti.