Concerto 22 marzo Note di sala

di Gianluca D’Agostino*

Quando, nel suo celebre articolo Neue Bahnen (“Vie nuove”), apparso sulla «Neue Zeitschrift für Musik» del 28 ottobre 1853, Robert Schumann profetizzò l’arrivo sulle scene di Brahms, come di «uno, la cui maestria non si svelerà per sviluppo progressivo, ma di botto, erompendo alla stregua di Minerva armata dalla testa di Giove, creatura dal sangue giovane alla cui culla hanno vegliato le Grazie e gli Eroi», quest’ultimo si trovava ad una prima svolta della propria vita: ventenne pieno di entusiasmo, già acclamato come pianista-virtuoso, era alla ricerca della propria consacrazione anche come compositore, sapendo peraltro di dover percorrere una strada alternativa alla dilagante scuola neo-tedesca d’ispirazione lisztiana. A quel tempo attendeva proprio al completamento del Trio in Si maggiore op. 8, opera che avrebbe ultimato di lì a poco, nel gennaio 1854, ad Hannover, e che viene considerata la sua prima vera composizione cameristica, oltre che una delle sue poche destinate ad essere sottoposte ad un’integrale revisione, che sarebbe iniziata ben trentacinque anni dopo, nel 1889, e che terminò nel ‘91.

Sulla questione di questa revisione, che ha impegnato musicologi e filologi della musica, possiamo sorvolare in questa sede, limitandoci a segnalare che la versione giovanile presentava, rispetto a quella successiva (poi normalmente scelta nei concerti), difficoltà esecutive eccessive e finanche superflue, nonché una certa prolissità (definita “rozzezza” dallo stesso autore) nell’impianto tematico generale. Al maestro Schumann, peraltro, il brano dovette tutt’altro che dispiacere, anzi favorire il formarsi di quel giudizio lusinghiero dichiarato nell’articolo. Pare invece che fu Clara Schumann ad esprimere delle riserve, quando Brahms le presentò la composizione conclusa, nel marzo del ’54, nel corso di una visita fatta all’amica per aiutarla a contenere la follia in preda a cui era ormai il povero marito: fatto è che la Schumann ne sarebbe stata interprete della parte pianistica, il 18 dicembre a Breslavia, per la prima esecuzione europea. Ad indurre poi l’autore alla revisione sarebbero stati anche i rilievi degli amici musicisti Joachim e Dietrich e quelli dell’illustre critico Hanslick.

Il primo tema dell’ “Allegro con brio”, in forma-sonata, con il suo carattere popolaresco (“innodico”, secondo molta critica), si dispiega gaiamente tra i tre strumenti fino a raggiungere una sorta di climax epico-eroico (molto brahmsiano, in effetti), in cui esso viene sonoramente ripreso da tutto il trio e successivamente come diluito mediante un intreccio di terzine modulanti, che fanno da raccordo con quello che è il secondo tema dell’esposizione: una malinconica melodia discendente enunciata dal pianoforte e ripresa dai due archi, che tuttavia sembra rimandare al prosieguo – ed è questa un’altra caratteristica del compositore già maturo – le proprie potenzialità espressive. In effetti, tale cellula discendente viene debitamente rielaborata sia nel successivo sviluppo (con il suo tipico rimescolamento degli elementi tematici), sia soprattutto nella ripresa, nella quale, per dirla sempre con Schumann, gli accenti più “esultanti” si uniscono a quelli “supplichevoli”, fino a giungere alla Coda conclusiva, dove si ha una trasparente (e alquanto bachiana) rievocazione del primo tema.

Nello “Scherzo” successivo, convenzionalmente tripartito, echeggiano gli scherzi fantastici e fatati alla Mendelssohn, e ad un tema ritmico di note ribattute e puntate, si oppone un Trio centrale basato su un valzer popolare pieno di grazia. L’ “Adagio”, invece, pagina fra le più riuscite del giovane Brahms, si apre con una misteriosa melodia di corale del pianoforte cui si contrappone la replica degli archi, impegnati in un fitto contrappunto dagli echi schubertiani; così come schubertiana può dirsi la melodia che forma la sezione centrale del movimento, esposta dal violoncello in modo struggente, e comunque incorniciata in un linguaggio armonico fatto di combinazioni alquanto sorprendenti (dovevano essere queste a deliziare lo Schumann).

Conclude un “Allegro” finale, unico movimento della composizione nella tonalità parallela di Si minore: esso prende avvio da un tema rapinoso e quasi ipnotico enunciato da violoncello su accompagnamento del pianoforte, a cui succedono vari episodi ben distinti nei quali non è facile ravvisare un unico principio di organizzazione formale, e che comunque sono felicemente riassunti nella travolgente Coda conclusiva.

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Più di undici anni separano il primo dal secondo Trio cameristico composto dal maestro di Amburgo, ma questa volta l’organico è mutato e risulta essere alquanto inconsueto: è il Trio per pianoforte, violino e corno in Mi bem. magg. op. 40. Lo spunto per la composizione sarebbe stato di tipo naturalistico: nell’estate 1864, durante un’escursione per gli incantevoli boschi della Foresta Nera, nei pressi di Baden-Baden, Brahms intravide il sole brillare tra i rami e «subito ebbe l’idea del Trio con il suo primo tema». Il completamento dell’opera avvenne però solo nella primavera seguente, e per giunta dopo che un evento aveva funestato la vita del maestro: la morte della madre nel febbraio ‘65. Non sembra legittimo, tuttavia, pensare al Trio come ad un’opera scritta in memoria della genitrice, anche se i tre strumenti che ne compongono l’organico sono quelli che Johannes aveva praticato sin dalla tenera età.

Il motivo che principia e permea il primo movimento, un “Andante” con il quale – con scelta anti-convenzionale – egli decise di iniziare la composizione, ha effettivamente molto dei richiami alla natura e della descrizione paesaggistica; ad esso si contrappone un episodio più animato e pulsante, che finisce per alternarsi varie volte con il tema iniziale, in un gioco dialettico basato sul contrasto e terminante con una veemente rielaborazione tematica.

Più convenzionale è invece il secondo tempo, uno Scherzo tradizionalmente tripartito (scherzo-trio-scherzo), che tuttavia vede nelle due sezioni estreme un’organizzazione quasi a guisa di forma-sonata (quella forma-sonata che era mancata nel primo movimento), mentre il “trio” centrale indulge ad un unico tema alquanto triste.Il successivo “Adagio mesto” appare di nuovo improntato al principio dell’alternanza come il tempo iniziale: una serie di misteriosi accordi arpeggiati del pianoforte introduce un tema elegiaco di corno e violino sorretto dal piano; quindi il corno disegna un mesto profilo melodico subito ripreso – come in un fugato – dal violino e dal pianoforte e poi riproposto varie volte.

Infine l’ “Allegro con brio”, in forma-sonata, è caratterizzato da un particolare inciso ritmico, una sorta di fanfara ostinata, in cui è certamente possibile avvertire l’omaggio al corno ed al generale “clima en plein air” (Rostand) di cui vive tutta questa godibilissima composizione.

 

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