Concerto 8 febbraio Note di sala

Note di sala di Massimo Lo Iacono*

Il trio di Haydn, chiamato ‘Gipsy trio’, proposto all’inizio di questo concerto, prende il nome convenzionale dal suo terzo movimento “all’ungherese”. Questo lavoro, con il trio che lo precede (n. 38, Hob.24) e con quello che lo segue (n. 40,Hob.26) nel catalogo delle opere di Haydn, è stato pubblicato nel 1795 con dedica a Rebecca Schroeter, vedova del compositore Johann Samuel Schroeter: con questa signora il musicista a Londra ebbe un tenero legame. Ciò spiegherebbe la facilità, certo relativa, della parte pianistica, pensata per un’esecutrice dilettane invece che per una professionista, come accadrà per la terna di trii successivi in catalogo (dedicataria la pianista Therèse Jansen-Bartolozzi). All’epoca, nella raccolta il brillante trio Hob.25 aveva il primo posto. Le due serie di trii furono forse composte parallelamente e forse entrambe a Londra. Un foglio di mano dell’autore, contenente un saggio del secondo movimento del trio accanto ad incipit delle sinfonie londinesi, sembra confermare questa opinione. Il trio è articolato in tre movimenti: nessuno di questi presenta elementi di forma-sonata. L’impostazione generale è quella di un divertimento. L’Andante di apertura è un rondò con variazioni poste in successione in un riuscito chiaroscuro, fondato su un bel tema elegante che si fissa subito nella memoria. Anche il delicato Poco adagio che segue è basato su un bel tema, elaborato con fine gusto lirico in una  serie di delicati episodi, di cui è particolarmente rilevante il secondo, in cui spicca il dialogo tra violino e pianoforte. Il terzo movimento ungherese ripropone dunque una forma di domestico esotismo: archiviate ormai le suggestioni della musica turca, forse troppo banale nel suo profilo ritmico. Certo l’Ungheria sarà poi  già Oriente per il principe di Metternich, convinto che l’0riente cominciasse all’inizio della Landstrasse, che portava in Ungheria appunto, e iniziava alle mura Vienna, oggi in centro invece si può dire. Altre forme di esotismo più ardito erano rappresentate da temi scozzesi, polacchi o russi, ma di impiego assai raro. Ovviamente è  questa una musica pimpante e di immediato effetto ma solo approssimativamente ungherese, o meglio è ungherese secondo la fantasia di un elegantissimo compositore europeo dell’Età dei lumi, sebbene l’indicazione presente nella partitura del 1795 reciti appunto “in Gypsie’s style”. Ma qui di veramente zingaresco non c’è nulla, dati i tempi. Nella musica di Brahms e di Liszt ascolteremo ben altro.

Il secondo trio dell’op.70 di Beethoven è dedicato, come il precedente, alla contessa Maria Erdody, che  seppe accogliere con intelligenza il grande affetto che Beethoven aveva per lei. Entrambi i lavori avrebbero  dovuto essere dedicati all’arciduca Rodolfo, che sarà poi dedicatario  del trio successivo op. 97, chiamato  appunto l’”Arciduca”. Il lavoro scritto alla fine del 1808, o tutt’al più all’inizio del 1809, quando Haydn era ancora in vita, fu pubblicato nel volgere dell’anno a Lipsia presso  Breitkof & Haertel. La composizione è articolata in quattro movimenti, come una sinfonia oppure un quartetto: tuttavia, non è lontano lo spirito del trio di Haydn nelle linee generali e nei dettagli; era ancora vicino il mondo espressivo del divertissement mondano. Il trio inizia con un Poco sostenuto-allegro ma non troppo,  in cui il primo elemento è una introduzione che offre tuttavia materiale tematico alla sezione successiva. La cantabilità dei temi, il brio del dialogo concertante e la chiarezza  della scrittura ci dicono che il movimento è improntato ad una linearità vicina allo stile  di Haydn.  Il successivo Allegretto, indicazione sempre molto pregnante nelle composizioni di Beethoven, è in due parti contrastanti, do maggiore e do minore, con variazioni di effetto diverso ed un piccolo episodio che sembra uno “scherzo”. Il mondo poetico di Schubert si intuisce vicino e ciò vale pure per il tempo successivo. Questo è un Allegretto, ma non troppo, terzo movimento singolare, quasi un Lied diviso in almeno due sezioni più ampie, molto articolate al loro interno, risulta  anche una transizione alla conclusione della composizione. Nell’Allegro finale pagina quasi danzante, pure se attraversata da un motivo di marcia, troviamo la  stessa vitalità che c’è nel finale del trio di Haydn appena ascoltato. Secondo Paul Czerny, compositore e amico  di Beethoven, qui  ci sono spunti musicali che sembrano ungheresi ma sarebbero in realtà croati, ascoltati dall’autore in Ungheria.

Il gran trio di Mendelssohn, op. 49, proposto alla fine di questo concerto, è stato reso familiare al pubblico napoletano dai concerti della “Scarlatti” e delle “Settimane internazionali di musica d’insieme”. È il primo gran trio di Mendelssohn ed il suo più popolare. Il grandioso lavoro fu composto nel 1839 – in  un periodo in cui il musicista ebbe tanti impegni tra cui la presentazione al pubblico di Lipsia della grande sinfonia in do maggiore di Schubert- verosimilmente in estate: iniziato prima di giugno (data della fine della stesura del primo movimento) e terminato in luglio (18 luglio è la data della fine della stesura del movimento conclusivo), revisionato per la parte pianistica in settembre, poi sottoposto al giudizio (entusiastico) di Schumann (che ne scrisse una memorabile recensione nel 1840), finalmente  la prima esecuzione si ebbe il primo febbraio del 1840, con l’autore al pianoforte, con il violinista F. David e con il violoncellista K. Wittmann. A seguire la pubblicazione presso Breitkopf & Haertel, e lo scritto di Schumann. È interessante fermarsi sulla revisione cui l’autore sottopose il lavoro, prima di presentarlo a Schumann: Mendelssohn aveva sottoposto la partitura all’amico e collega Hiller insigne pianista, appena reduce da un soggiorno a Parigi, dove aveva ascoltato le novità dell’ultima moda, ed era rimasto colpito dallo stile di Chopin e Liszt. Dunque, lo stile pianistico di Mendelssohn risultava antiquato. Il rifacimento, come scritto di sopra, ebbe il decisivo plauso di Schumann, in assoluto il più grande critico musicale dell’Ottocento, e forse di sempre. Il quadro generale del trio è delineato da Schumann in maniera esemplare, tale da non potere essere parafrasato. Tutta la composizione ha tratti che esaltano le peculiarità dello stile dell’autore, come si dirà via, via. Il primo movimento, Molto allegro e agitato,  ricorda nelle linee generali l’esordio del concerto K. 466 di Mozart, pure  questo in re minore: qui il violoncello canta il primo tema di puro slancio mendelssohniano e anche il secondo; il pianoforte suona con slancio quasi lizstiano, e al violino è dato modo di intonare un intervento brillante nella riesposizione. Il successivo movimento Andante con moto tranquillo esordisce come una romanza senza parole, forma musicale prediletta da Mendelssohn, per poi trasformarsi con l’intervento degli archi, in un brano di squisito patetismo che evoca molto da vicino qualche  studio di  Chopin e addirittura, secondo alcuni esegeti, qualche momento della “Norma” di Bellini, compositore amato da Chopin, appunto. Ancora squisitamente nello stile dell’autore è lo Scherzo lieve e fantastico come altri di Mendelssohn appunto, una pagina con sorprendenti affinità con talune di Berlioz; e c’è sonorità orchestrale.

Il travolgente movimento conclusivo è un rondò in forma sonata in cui il pianoforte assume progressivamente un ruolo concertante brillantissimo. L’esordio è piano, villereccio quasi, per passare a fulgori degni di una grande sala da concerto, culminando in una coda memorabile, animata da una vitalità propriamente mendelsshoniana. I temi del pezzo sono magnificamente incastonati nel rondò, i couplet sapientemente giustapposti.