Concerto 8 marzo note di sala

Note di sala
di Massimo Lo Iacono

Il bel trio op. 120 di Fauré è il penultimo lavoro cameristico del compositore, l’ultimo con il prediletto pianoforte, composto rispondendo ad una sollecitazione dell’editore Durand, scritto tra il maggio del 1922 e la primavera del 1923, anno in cui fu pubblicato appunto da Durand.La stesura del trio avvenne parzialmente ad Annecy-le-Vieux (per la parte centrale), dove il musicista, in cattiva salute, fu ospite dell’amico rasserenante Fernand Maillot, e parzialmente a Parigi (parte iniziale e conclusiva). Il lungo arco di tempo necessario per la realizzazione del pezzo fu anche dovuta alle perplessità del musicista verso il progetto iniziale di usare il clarinetto in alternativa al violino: questa stesura, con clarinetto appunto, l’abbiamo appena ascoltata in Febbraio a Palazzo Zevallos, nei concerti realizzati per la mostra dedicata a gli artisti napoletani a Parigi nell’Ottocento. Non la prima esecuzione ebbe grande risonanza (Maggio 1923) ma la seconda (Giugno 1923), grazie al celeberrimo Trio Cortot-Thibaud-Casals.Unanime il consenso della critica, che addita in questo trio, ed in quello di Ravel(1914) che è in locandina alla fine di questo concerto, le migliori composizioni da camera della musica francese della prima metà del Novecento. La peculiarità stilistica del linguaggio musicale di Fauré, una delicatissima linea melodica di raffinata e complessa armonia, la incontriamo subito sia all’esordio del primo movimento sia del secondo. Il primo è in forma sonata classica con due temi ben riconoscibili e due svolgimenti: il primo tema è affidato al violoncello, il secondo al pianoforte, e per supremo equilibrio strumentale al violino è affidato un tema complementare. L’intensa espressività del pezzo, come di tutto il trio, è affidata ad un procedere vario negli andamenti, sempre luminoso, in cui prevale un raffinato “cantando”. Il successivo “Andantino” è diviso in tre episodi: il primo ed il secondo hanno un motivo ben sbalzato, ma c’è almeno un tema sussidiario. Infine, la conclusione, articolata come un concentrato rondò con più temi, si presenta come uno “scherzo” assai brillante, in cui si ascolta un tema assai simile a quello di “Ridi pagliaccio” dall’opera di Leoncavallo, opera e compositore e movimento artistico assai lontani da Fauré, se non proprio da lui deprecati . Un caso insigne di plagio(?)involontario, che irritò molto l’artista quando gli fu indicato.
La sonata a tre di Casella -che era pianista insigne e didatta di pianoforte, ricordiamo- fu composta nel 1938, con dedica ad Alfredo Petrassi ed eseguita al festival di Venezia. E’ un bel pezzo di musica da camera in tre movimenti, fondato su intenso chiaroscuro espressivo con andamento libero nella sua coerenza; l’allegro finale è vagamente popolaresco. Sono presenti nella partitura elementi aulici classicheggianti, monumentali quasi, all’inizio, cui seguono elementi lirici seguiti a loro volta da elementi di quel recupero popolare e vagamente arcaizzante di cui l’autore si compiacque sovente. Il pastiche tra elementi antichi e moderni è ben riuscito, guardando sempre l’autore alla tradizione di musica strumentale italiana dei secoli XVII e XVIII, simpatizzando con la cultura francese in cui era molto ben integrato, come mostra la sua partecipazione alla “prima” del trio di Ravel nel 1915. E’ questo un pezzo di rarissimo ascolto: la produzione di Casella ha ricevuto nuova attenzione dopo il successo dell’allestimento, assai ben fatto, della sua “Donna serpente” al Festival della Valle d’Itria in Martina Franca, ripreso poi al Regio di Torino, con altre importanti manifestazioni collegate, rispettivamente nel 2014 e 2016.
La “Serenade lointaine” di Enescu, pezzo di rarissimo ascolto, è un malinconico brano bellissimo del 1903, quasi una elegia di grande limpidezza canora, un brano che sembra ingenuo,un foglio d’album oppure una romanza senza parole, scritto da un ragazzo poco più che ventenne, ispirato dalla musica della sua terra, misteriosa allora per gli europei di Occidente. La musica di Enescu, compositore poliedrico e prodigioso, ha ricevuto in Italia un poco dell’interesse che merita dopo la spettacolare ripresa del suo “Oedipe” al Lirico di Cagliari nel 2005.
Ravel ha scritto il suo unico trio tra Aprile ed Agosto del 1914 a Saint-Jean-de Luz, avendo a modello, verosimilmente, il trio op.18 di Saint-Saens, riferimento classicista per una musica dotta e fantasiosa influenzata dalla tradizione locale basca. L’editore fu Durand come poi per Faurè. La prima esecuzione ebbe luogo nel 1915 con Alfredo Casella al pianoforte e George Enescu al violino. Dunque erano coinvolti in questo lavoro due dei compositori presenti in questa locandina come compositori, oltre Ravel autore, ed è importante tener presente l’editore. Il “Trio” di Ravel è opera di rara perfezione formale, da gustare nella singolare preziosità di ciascun movimento. Infatti i quattro tempi del trio sono assolutamente indipendenti l’uno dall’altro, quasi formando una suite. Il primo movimento, “Modéré” è il più lungo, come accade in tanti lavori di musica da camera. Ascoltiamo qui due bei temi assai canori, di cui il primo è più tenero, evocando la “Pavane” de “La Belle au bois dormant”: la musica si svolge con andamento delicatamente strofico, con finezze armoniche e varietà ritmica, anche assai ricercata, che impreziosiscono il brano in maniera avvincente, anche per la felice elaborazione strumentale. Segue un “Pantoum”, uno scherzo insomma con una punta di esotismo, con riferimento ad una formula poetica e musicale malese, che aveva incantato anche Baudelaire. Nell’ambito della produzione di Ravel questo pezzo evoca “Scarbo”. Le finezze armoniche, ritmiche e strumentali sono sempre cangianti e brillanti come nel primo movimento, e così saranno in quelli successivi: questa è la ben percettibile unità stilistica del trio. Tre sono i temi elaborati in modo da farli scontrare con vivacità. Ascoltiamo quindi una “Passacaglia”, movimento dal nome dotto; il suo nobile tema portante , esposto dai tre strumenti, caratterizza questo che è di fatto il movimento lento del lavoro, al terzo posto come in talune pagine dei Romantici che l’avevano spostato dalla tradizionale seconda posizione. La pagina procede con espressione sempre più intensa per trovare nella limpida ed essenziale conclusione il suo appagamento. Il trio si conclude con un finale animato, ripensamento della forma sonata. Qui si gustano sia ritmi inconsueti, che evocano il folklore basco, sia invenzioni strumentali brillanti e fantasiose di grande suggestione, che concludono il lavoro con effetti pittoreschi ed esuberanti. E’ verosimile che questo, trio del 1914, sia stato tenuto presente da Fauré durante la stesura del suo trio, nel 1922-1923,ascoltato ad inizio di questo concerto: ribaltandosi il ruoli per cui nel 1904 Ravel aveva dedicato il suo famoso quartetto a Fauré ”mio caro maestro”.

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