Concerto celebrativo del Centenario della Associazione Alessandro Scarlatti – Musica Dei donum

Note di sala  di Simone Ciolfi* 
Risale ai primi decenni del Cinquecento quel miracoloso connubio fra le complessità della musica franco-fiamminga e la dolcezza della musica italiana, connubio che ci ha donato compositori degni d’essere chiamati classici per la chiarezza dello stile e l’intensa vena espressiva. Jacques Arcadelt (1504/5-1568), fiammingo, aveva vissuto a Firenze, a Venezia, e nel 1539 era giunto a Roma per divenire membro della Cappella Giulia e poi maestro dei fanciulli presso la Cappella Sistina. Il suo stile rotondo, soave e penetrante, è ben esemplificato in Corona aurea, brano eseguito per le incoronazioni papali e la loro ricorrenza.
Alla luce dello stile di Arcadelt è più agevole capire quello equilibrato ed elegante di Giovanni Pierluigi da Palestrina (c.1525-1594), compositore nato a Palestrina ma romano d’adozione, grande protagonista della Roma papale del Cinquecento. Il suo doppio mottetto Sicut cervus/Sitivit anima mea dall’inizio in stile imitativo così toccante, rimane una gemma musicale commovente, metafora dell’inesausta sete spirituale dell’uomo. Un meraviglioso tepore emana anche dai mottetti Fratres ego enim, trasfigurazione musicale di un testo di San Paolo, e da Exultate Deo, nel quale rigore e festosità si combinano splendidamente.
Giovanni Maria Nanino (1544-1607) lavorò a stretto contatto con Palestrina a Roma, e, pur non essendo un compositore prolifico, fu uomo influente per via dei prestigiosi incarichi che ricoprì e della sua fervida attività didattica. La pienezza di suono e la solennità di In diademate capitis Aaron si spiega col fatto che il brano fu composto per la cerimonia di anniversario di incoronazione di Papa Clemente VIII .
Nato a Mons, oggi Bergen in Belgio, Orlando di Lasso (1532-1594) fu anch’egli compositore che visse lungamente in Italia, in Sicilia, a Napoli e a Roma, ed ebbe una vena espressiva sia popolare sia mistica. Il dialetto napoletano e le atmosfere popolari di Saccio ’na cosa, Madonna mia pietà, Allalà pia calia (una “moresca” frutto dell’interazione secolare tra mondo arabo-spagnolo e napoletano) si spiegano con i suoi soggiorni italiani. Si tratta di brani definiti “villanelle”, ovvero canzoni profane a 3 o 4 voci dal tono scherzoso e dalla condotta musicale parodistica rispetto a quella colta, che avranno notevole influenza sul madrigale maturo del Cinquecento. Il brano che rende omaggio alla musica intitolato Musica Dei donum optimi è un altro esempio del Lasso secolare, alla sua epoca celebratissimo, che in questo caso non è in lingua volgare ma in latino, mentre il mottetto Concupiscendo concupiscit, che già nel titolo manifesta avvitamenti da concettismo barocco, è un esempio dell’estrosità in ambito sacro per la quale questo autore fu famoso.
Uno dei primi protagonisti di quel connubio fra morbidezza armonica italiana e complessità fiamminghe fu Giaches de Wert (1535-1596) che, giunto in Italia giovanissimo dopo essere nato a Weert (in Olanda) o a Gand (in Belgio) non lasciò più il nostro paese e morì a Mantova. Pubblicò dodici libri di madrigali (l’ultimo postumo nel 1608) ma compose anche libri di mottetti sacri, da cui è tratto Vox in ramah (II Libro dei mottetti a cinque voci, 1581), superbo esempio di stile polifonico espressivo e addolorato.
Poco sappiamo su Scipione Stella (1558/59-1622), organista a Napoli verso la fine del Cinquecento, chierico regolare presso i padri teatini dal 1598, autore di mottetti, madrigali spirituali e inni come O vos omnes (tratto da Hymnorum ecclesiasticorum liber I, Napoli 1610), nei quali gli ideali tridentini di semplicità e purezza trovano compiuta realizzazione. Molto sappiamo invece di colui al cui circolo Stella appartenne, Carlo Gesualdo da Venosa (1566-1613). Stella accompagnò il principe di Venosa nel viaggio a Ferrara per le sue seconde nozze con Eleonora d’Este (21 febbraio 1594). La prima moglie, Maria d’Avalos, era stata da lui uccisa perché macchiatasi di adulterio con Fabrizio Carafa. Tanto è lineare lo stile di Stella, tanto è tortuoso, cromatico, denso e scuro quello di Gesualdo: nella produzione sacra l’espiazione diventa tormento (Peccantem me quotidie) e speranza di perdono nell’adorazione della Vergine (Ave dulcissima Maria). Entrambi i brani sono tratti dalle Sacrarum cantionum quinque vocibus Liber primus stampate a Napoli nel 1603.
Con la famiglia Gabrieli ci spostiamo invece nella Venezia del tardo Cinquecento. Giovanni Gabrieli (1557-1612) fu nipote di Andrea Gabrieli (circa 1533-1585). Dello zio, che fu organista come lui a San Marco, fu allievo e nel suo culto visse. Sebbene i Gabrieli siano noti per alcuni elementi moderni della loro musica (nella basilica di San Marco era previsto un ampio organico strumentale oltre che vocale, e l’interazione fra i due generava sperimentazioni che portarono al superamento della polifonia “a cappella”), Lieto godea di Giovanni Gabrieli è un madrigale a cappella. Tuttavia, i tratti espressivi moderni rispetto alla produzione coeva non si smentiscono fin dalla perorazione iniziale, così accattivante e teatrale.
Sento, sent’un rumor/Alla battaglia di Andrea Gabrieli è una “battaglia vocale” evocativa per via delle ripetizioni e degli effetti d’eco che creano concitazione e allerta. Il brano appartiene alle musiche guerresche da cui avrà origine lo stile strumentale concitato di Claudio Monteverdi. La partitura fu scritta per la celebrazione della vittoria nella battaglia di Lepanto del 1571, evento di cui oggi si sono spenti i fasti ma che per la civiltà europea rappresentò un momento importantissimo per via della definitiva sconfitta della minaccia turca.

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