Concerto n.2 Note di sala

Ma non chiamatela improvvisazione*
di Mario Gamba
Incontri ravvicinati di un tipo che riguarda soprattutto l’improvvisazione. Ma sull’improvvisazione bisogna intendersi. È altra cosa rispetto alla composizione? Sì e no. L’improvvisazione viene definita composizione istantanea da molti musicisti, musicologi, critici. Non tutti. Sia nel campo del jazz, che è la matrice moderna, dal primo ‘900 in poi, dell’improvvisazione, sia nel campo della musica di provenienza «accademica», dove si è riscoperta l’improvvisazione, con ondeggiamenti, ripensamenti, pentimenti, a partire dall’esperienza fondamentale compiuta negli anni ’60 e ‘70 del secolo scorso dal Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, non mancano i sostenitori della musica non scritta come omaggio all’immediatezza del sentire e del pensare i suoni. Immediatezza alternativa, antitetica, non complementare, non inclusiva, del punto di vista musicale «strategico» che è il contenuto della composizione.

Ma questa idea sta diventando minoritaria. Non da disprezzare, intendiamoci. Perché rimane in campo il fatto significativo che il senso politico dell’improvvisazione consiste nel rifiuto dei due tempi della creazione musicale: prima la scrittura sul pentagramma, estranea alla materialità dell’accadimento sonoro, poi la sua «traduzione» in accadimento sonoro effettivo tramite l’interprete. Che è come dire: la rivoluzione che corrisponde a nuove forme di vita, più libere, verrà resa tangibile, vissuta, in un secondo tempo rispetto alla sua preparazione durante la quale le nuove forme di vita sono solo immaginate. E in fondo la nascita di una nuova opera musicale potrebbe assomigliare molto a una rivoluzione se non fosse che spesso i suoni che la formano sono già stanchi, già logori, già vecchi.
Niente due tempi nella produzione di un brano musicale, quindi. Questo vuol dire immediatezza versus strategia, pensiero, punto di vista compiuto? Il movimento dell’improvvisazione come composizione istantanea risponde di no. Niente due tempi, o almeno grande vicinanza e possibile omogeneità nei modi di agire musicalmente (ad esempio sperimentando e inventando sequenze di suoni insieme agli strumentisti da parte di un compositore che conosce l’arte di essere strumentista) tra il momento di fissare tracce su un foglio di carta e il momento di farle diventare tragitto di suoni che escono all’aperto, entrano in scena, vengono condivisi da interpreti e ascoltatori. Ma sarebbe bello, in ogni caso, se la musica che viene fatta «all’istante» fosse meditata al punto di mettere in circolo uno stato di libertà altissimo. Uno stato che coinvolge tutto l’essere e la sua visione complessiva del mondo.
Il concerto di Roscoe Mitchell, Michele Rabbia e Gianni Trovalusci suscita prima di tutto la curiosità di sapere a quale idea di improvvisazione – e le dosi di improvvisazione sono sicuramente forti – i tre si ispirano. Facile scommettere che i loro saperi e le loro esperienze li porteranno verso la composizione istantanea. Un incontro ravvicinato che è inedito ma ha una storia, ha dei precedenti. I tre suonano assieme per la prima volta ma a due a due si sono già incrociati. Era il 6 ottobre 2016 quando Mitchell e Rabbia incantavano il pubblico convocato dal Centro d’Arte degli Studenti alla Sala dei Giganti di Padova. Musicologi esigenti e navigati, critici incontentabili, amanti della musica anonimi facevano coro all’uscita pronunciando una sola parola: fantastico!
Era stato Mitchell, anni prima, a rimanere colpito dall’arte percussiva di Rabbia. Dalla sua fantasia timbrica, dal modo di coniugare un background jazzistico con l’altrettanto sostanzioso background di «classica contemporanea», dalla sua varietà di accenti e di climi sonori, dalle misurate tempeste e dalle evanescenze mai effettistiche o «new age». Il leader storico dell’Art Ensemble of Chicago, da sempre sperimentatore radicale per proprio conto tra originalissimi spunti puntillisti, intensi silenzi e cascate di suoni improntati a una voluttà parossistica con i suoi sax contralto, sopranino, soprano e con i suoi flauti, il più prossimo tra i suoi compagni dell’ambiente free di Chicago alla vicenda ormai secolare della musica «dotta» contemporanea, aveva subito detto: prima o poi voglio suonare con lui.
Più curiosa e in certo senso avventurosa la storia dell’incontro tra Mitchell e Trovalusci, un incontro che sta ormai diventando un sodalizio. L’anno è ancora il 2016, il luogo il Mills College di San Francisco dove Mitchell ha la cattedra di composizione che fu in periodi diversi di Darius Milhaud, di Luciano Berio, di Iannis Xenakis, di Alvin Curran. Il virtuoso di flauti Trovalusci aveva fatto avere tempo prima a Mitchell un progetto di workshop sulla musica aleatoria italiana. Tra i nomi di autori proposti c’era quello di Franco Evangelisti, guarda un po’, l’immenso e in buona misura incompreso teorico (e pratico) dell’abbandono della partitura in omaggio alla musica prodotta senza schemi, senza tracce di alcun tipo, insomma in omaggio all’improvvisazione pura.

Mitchell apprezza la proposta di Trovalusci. Lo invita. Nasce un lavoro di Mitchell intitolato Frenzy House per improvvisatore e orchestra, il solista è Trovalusci. Viene eseguito nel 2017 a Glasgow con la Bbc Scottish Symphony Orchestra, a Bologna con l’Orchestra del Teatro Comunale, a San Francisco con un grande gruppo strumentale riunito da Mitchell. Nelle stesse occasioni vengono eseguiti altri lavori sinfonici di Mitchell – che da anni è tentato dalla combinazione tra scrittura e improvvisazione con organici diversi da quelli jazzistici – e in questi brani Mitchell e Trovalusci duettano nelle estese parti riservate all’improvvisazione. Nasce anche un pezzo scritto da Mitchell per flauto solo dedicato a Trovalusci, Cards in the Faces of Roses. Ecco che l’incontro ravvicinato è diventato qualcosa di più, quasi una partnership.

A questo punto è fatale: Mitchell e Rabbia si sono amati, tra Mitchell e Trovalusci è scoccato l’amore, Trovalusci e Rabbia hanno tra loro un flirt che dura da tanto tempo in tante occasioni, l’appuntamento a tre non può attendere. Ascolteremo più jazz o più «contemporanea» radicale in questo concerto? La domanda è sbagliata. Sta nascendo tra i musicisti più avanzati del mondo, tra quelli che vogliono mettere in pratica il detto deleuziano «divenire sperimentali», un idioma che polverizza la distinzione tra questi due idiomi distinti. Sono andati avanti, questi idiomi precedenti, hanno trovato convergenze l’uno, il jazz, nella libertà armonica da sempre caratteristica della «contemporanea» radicale, l’altro, la «contemporanea» radicale, nella libertà dell’approccio e nella corporeità sonora che è da sempre carattere fondante del jazz. Incontri ravvicinati del tipo desiderio di libertà.

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