Concerto n. 23 – Note di sala

Note di sala
di Valentino Alaia*
Durante la stagione concertistica 2018/2019 una quota i programmi di sala dei concerti saranno affidati a esponenti della società civile ovvero appassionati e competenti di musica non addetti ai lavori. Tra loro ci saranno artisti, scrittori, giuristi, ingegneri. Valentino Alaia è ingegnere, amministratore delegato di A4K produttrice di elicotteri, già ricercatore alla NASA

Il modo tortuoso e affascinato col quale guardo all’arte in generale e non solo alla musica, da matematico poi prestato ad altre professioni, è fatto di formalismi così personali, che non possono trovare riscontro in canoni oggettivi. Per me, l’arte è scienza: per me, lo Space Shuttle, è un’opera d’arte al pari degli affreschi della Cappella Sistina. Mi piace, ad esempio, pensare che Felix Mendelssohn, cresciuto in un fervente ambiente intellettuale, fosse influenzato dal grande matematico Peter Gustav Dirichlet che avrebbe sposato la sorella Rebecca; non è un caso quindi che Mendelssohn fosse un grande studioso di Bach, la cui musica “è” matematica, e ne sarebbe poi diventato uno degli esecutori, da direttore d’orchestra, tra i più acclamati di sempre. Mendelssohn, che come compositore fu apprezzato in vita non quanto avrebbe meritato, fu poi riscoperto appieno nel ventesimo secolo, forse in quanto romantico atipicamente conservatore e convenzionale, coperto dall’ombra dei suoi più “sregolati” contemporanei.

Il quartetto di Mendelssohn in programma stasera fu composto nel 1847 e dedicato dal musicista alla tanto amata sorella Fanny, morta nel maggio di quello stesso anno. “Alla notizia [della morte di Fanny] il musicista cadde svenuto”, riportano le cronache: e in questo quartetto, una composizione elegantemente concepita, Mendelssohn perde tutte le sue riserve e scrive un’opera strappata dal cuore, dove la facciata dell’artista che conosciamo nelle sue opere passate alla storia, cede completamente; disperazione e rabbia sono presenti in maniera palese e senza filtri. Questo quartetto è una delle opere dell’intero repertorio cameristico in cui il presagio di morte è pressante e presente. Va ascoltato solo col cuore: ogni tentativo di analisi delle influenze cade in secondo piano. La perdita, la lontananza, le memorie di una vita: un requiem magnifico, un capolavoro del repertorio dei quartetti d’archi. Da questo lutto Mendelssohn non si riprenderà mai; tornato a Lipsia, dove lavorava come direttore d’orchestra, cadde in una profonda depressione e morì qualche mese dopo, colpito da più infarti e da un ictus fatale. Mi piace ricordare che proprio nella corrispondenza con la sorella, durante il viaggio in Italia compiuto anni prima, l’artista menziona Napoli: “La sinfonia italiana sta facendo notevoli progressi. […] Non ho trovato niente per il movimento lento, e penso che aspetterò a scriverlo fino a quando non avrò visitato Napoli”. In effetti l’andante della sua sinfonia n°4 è basato sull’ispirazione che il musicista trovò assistendo a una processione religiosa a Napoli. Ma in città trovò anche la tarantella, che nella stessa sinfonia è presente nel movimento finale. Napoli era già “mille colori”.

Ed è nella Napoli di metà anni ’80 dello scorso secolo che mi sposto con la memoria per ricordare il momento nel quale fui fulminato dal genio che sovrasta il programma di questa sera: Philip Glass. Al cinema Astra, il film “Koyaanisqatsi”, primo nella sontuosa trilogia del regista Godfrey Reggio. La colonna sonora m’inchiodò alla poltrona ancora più del film: era di Philip Glass e rappresentava la tardiva scoperta di uno dei geni musicali del ventesimo secolo, del quale trovo impossibile identificare quale sia il periodo della sua produzione che abbia lasciato il segno più profondo nella mia formazione. Glass ha spaziato nella musica del ventesimo secolo lasciando segni ovunque: cita l’opera di Schubert come una “enorme influenza” nella sua adolescenza ma fu l’incontro con Ravi Shankar e Alla Rakha, musicisti indiani, a segnare la tappa più espressiva nella sua crescita musicale, soprattutto nella percezione del ritmo, che nella musica dei due maestri indiani è interamente incrementale; inizia a scrivere pezzi basati su strutture ripetitive da cui il suo inquadramento come “minimalista”. Il quartetto n°5 smentisce subito quella parte della critica che ha inquadrato il successo commerciale di Glass degli anni ’80, come dovuto alla scrittura di musica che seguiva una “determinata formula”: da subito il brano dipana un tessuto musicale che raramente si trova nei suoi lavori e lo combina con il suo più tradizionale marchio di fabbrica. I cinque movimenti sembrano essere la sintesi del lavoro di ricerca di una vita. Alla fluida melodia del primo segue la più tradizionale musicalità di Glass, sebbene marcata da una vitalità accentuata che prosegue nel terzo movimento, che inaspettatamente nel finale diventa austero, per introdurre il quarto magnifico melanconico movimento con le sue armoniche progressioni logaritmiche accompagnate da dissonanze tipiche delle sue composizioni. Il quinto, più lungo e vibrante movimento, è fatto di polifonie complesse, interrotte dal materiale d’introduzione del primo, suonate in modo più gioioso, che finiscono nel falsamente modesto pizzicato finale. Un’opera entusiasmante!

Da Londra, dove ho scelto di vivere, mi tocca concludere con Britten, figura centrale della musica britannica dello scorso secolo. Il quartetto n°1 in Re maggiore fu scritto su commissione della sua mecenate Elizabeth Sprague Coolidge, negli Stati Uniti. La sua struttura quasi da sonata, da subito fa pensare a un importante conflitto interiore; dalla biografia dell’artista si evince a quel tempo un’inconscia o già razionalizzata voglia di tornare nella nativa Suffolk dagli Stati Uniti, dove a quel tempo, nel 1941, viveva con il compagno di una vita, il tenore Peter Pears. La notevole influenza di Beethoven, già dal primo movimento, è ingombrante, nonostante sia accompagnata all’inizio da questo continuo cambio di umore. Anche lo scherzo non tenta di nascondere le suggestioni del maestro di Bonn, prima che il movimento lento faccia il suo incantesimo notturno, una sequenza chiaramente evocativa di un chiaro di luna marino nella nativa contea. L’ultimo movimento sembra all’inizio non avere relazioni con quelli che lo precedono, ma ancora si possono sentire cinguettii di uccelli che accompagnano fino all’ampia melodia. Un pezzo singolare, pieno di nostalgia per il passato ma già affamato di nuove forme musicali, che plasmeranno la carriera del genio di Lowestoft.

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