Il celebre quartetto statunitense, che ha da poco festeggiato i trent’anni di carriera, proporrà musiche di Antonín Dvořák, Leós Janáček e Franz Joseph Haydn. Le tre pagine in programma, pur differenti per epoche di composizione e autori, hanno un singolare punto in comune. La forma del quartetto per archi ha fatto riferimento fin dai suoi inizi (nell'ambito del classicismo viennese fra Sette e Ottocento, del quale Haydn è considerato il padre fondatore) a un ideale di musica pura, astratta combinazione di suoni aliena dunque da intenti narrativi. Nonostante questa premessa, ribadita dalla maggioranza dei lavori scritti anche in seguito per questo organico, le tre composizioni che stiamo per ascoltare non solo hanno un titolo “programmatico” ma condividono tutte, sia pure in modi diversi, l'idea di una musica descrittiva.
Prezzo del biglietto: 28€, 21€ e 18€ intero, 8€ ridotto giovani; last minute fino a 31 anni 3€ in vendita un’ora prima del concerto.
8 \ giovedì 19 novembre \ h 21:00
auditorium di castel sant'elmo
quartetto emerson
quartetto emerson quartetto d'archi
programma
Franz Joseph Haydn (1732 - 1809)
Le sette ultime parole del nostro Redentore sulla Croce Hob. XX/1A
introduzione in re minore (maestoso e adagio)
sonata I in si bemolle maggiore “Pater dimitte illis, quia nesciunt , quid faciunt” (largo)
sonata II in do minore “hodie mecum eris in Paradiso!” (grave e cantabile, alla breve)
sonata III in mi maggiore “Mulier, ecce filius tuus!” (grave, alla breve)
sonata IV in fa minore “Deus meus, Deus meus, utquid reliquisti me?”(largo)
sonata V in la maggiore “Sitio!” (adagio, alla breve)
sonata VI in sol minore “Consummatum est!”(lento, alla breve)
sonata VII in mi bemolle maggiore “In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum!” (largo)
il terremoto in do minore (presto con tutta la forza)
Antonín Dvořák (1841 - 1904)
Cypřiše (“i cipressi”) B.152
da cypřiše (“i cipressi”) B.152
n. 6 “Io so che il mio amore per te”
n. 3 “Nel petto umano regna soltanto morte”
n. 2 “Nel dolce fascino del tuo sguardo”
n. 8 “Mai nascerà amore con esito felice”
n. 12 “La vecchia lettera nel mio libro”
n. 7 “O splendida rosa preziosa”
Leós Janáček (1854 - 1928)
Quartetto n. 1 “sonata a kreutzer”
quartetto n. 1 “sonata a kreutzer”
adagio – con moto
con moto
con moto- vivace- andante
con moto - adagio
le musiche
antonín dvořák (1841 - 1904)
da cypřiše (“i cipressi”) B.152
n. 6 “Io so che il mio amore per te”
n. 3 “Nel petto umano regna soltanto morte”
n. 2 “Nel dolce fascino del tuo sguardo”
n. 8 “Mai nascerà amore con esito felice”
n. 12 “La vecchia lettera nel mio libro”
n. 7 “O splendida rosa preziosa”
leós janáček (1854 - 1928)
quartetto n. 1 “sonata a kreutzer”
adagio – con moto
con moto
con moto- vivace- andante
con moto - adagio
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franz joseph haydn (1732 - 1809)
le sette ultime parole del nostro Redentore sulla Croce Hob. XX/1A
introduzione in re minore (maestoso e adagio)
sonata I in si bemolle maggiore “Pater dimitte illis, quia nesciunt , quid faciunt” (largo)
sonata II in do minore “hodie mecum eris in Paradiso!” (grave e cantabile, alla breve)
sonata III in mi maggiore “Mulier, ecce filius tuus!” (grave, alla breve)
sonata IV in fa minore “Deus meus, Deus meus, utquid reliquisti me?”(largo)
sonata V in la maggiore “Sitio!” (adagio, alla breve)
sonata VI in sol minore “Consummatum est!”(lento, alla breve)
sonata VII in mi bemolle maggiore “In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum!” (largo)
il terremoto in do minore (presto con tutta la forza)
Franz Joseph Haydn (1732 - 1809)
Le sette ultime parole del nostro Redentore sulla Croce Hob. XX/1A
La tradizione religiosa legata alla celebrazione delle "Sette ultime parole" del Cristo sulla Croce ha origini antiche. In realtà, più che delle ultime sette parole si tratta di una scelta di sette frasi (un numero dal chiaro valore simbolico), riportate dai Vangeli, che Gesù pronunciò durante l'agonia. L'espressione è in uso dal Tardo-medioevo, testimonianza di una pietas devozionale largamente diffusa, e ha dato luogo a una nutrita serie di pagine musicali da un ciclo di nove mottetti di Ludwig Senfl (1515) a una pagina dell'inglese James MacMillan (1993).
Per quanto riguarda la più celebre di queste composizioni, quella di Haydn, fu lo stesso musicista a informare l'editore Breitkopf & Härtel sull'origine del lavoro: «Circa quindici anni fa [cioè nel 1786], mi venne richiesto da un canonico di Cadice di comporre una musica strumentale sulle sette ultime parole del nostro Salvatore sulla Croce. Era usanza della cattedrale di Cadice di far scrivere un oratorio ogni anno durante la Quaresima, e l'effetto dell'esecuzione era reso particolarmente suggestivo da quanto segue. Le mura, le finestre e le colonne della chiesa erano ricoperte di drappi neri e una sola grande lampada, pendente dal soffitto, rischiarava questa oscurità. A mezzogiorno si chiudevano le porte e la cerimonia aveva inizio. Dopo una breve liturgia, il vescovo saliva sul pulpito, pronunciava la prima delle sette parole (o frasi) e la commentava. Finito di parlare, abbandonava il pulpito e si prostrava ai piedi dell'altare. Questo tempo era riempito dalla musica. Similmente il vescovo commentava le restanti parole e l'intervento dell'orchestra seguiva la conclusione di ogni discorso. Queste erano le condizioni cui doveva sottostare la mia composizione e non fu facile scrivere sette Adagi, di circa dieci minuti 1'uno, di modo che la loro successione non annoiasse gli ascoltatori; e inoltre trovai quasi impossibile attenermi ai limiti di tempo indicati». Su quest'ultimo punto il vescovo di Cadice si mostrò molto accondiscendente e accettò di limitare i propri interventi a dieci minuti, lasciando così Haydn libero di prolungare, se necessario, i suoi interventi musicali.
Il fatto che una commissione di tale importanza giungesse dalla lontana Cadice non deve stupire: nel palazzo di Esterhàza Haydn serviva il suo principe Nicolaus per ogni occasione musicale, ma da quella residenza sul lago di Neusiedl, ai confini fra Austria e Ungheria, egli era in contatto con tutte le realtà musicali di qualche importanza in Europa. La diffusione delle stampe di sue composizioni lo aveva reso celebre dovunque, e intensi erano gli scambi epistolari con i colleghi. L'attività musicale di quell'anno 1786 fu particolarmente ricca per il Kapellmeister: ci furono da dirigere 125 serate d'opera, da comporre le tre sinfonie "parigine", probabilmente l'intera serie di concerti per il re di Napoli e, tanto per completare gli impegni, anche da scrivere due arie nuove da inserire in altrettanti lavori teatrali. Con la tranquillità del genio e dell'artigiano (due qualità in lui intimamente unite) Haydn si accinse anche alla commissione da Cadice e la portò a termine con personale soddisfazione, tanto da dire spesso, secondo i suoi biografi, che la considerava una delle sue composizioni di maggiore successo. Nel luglio del 1787 apparve su un giornale viennese l'annuncio della nuova pubblicazione: «Musica Instrumentale sopra le sette ultime Parole del nostro Redentore in croce o sieno sette Sonate con un [sic] Introduzione ed al fine un terremoto, per due violini, viola, violoncello, flauti, oboe, corni, clarini, timpani, fagotti e contrabbasso composte dal Sig. Giuseppe Haydn».
Un critico contemporaneo, recensendo un'esecuzione tenutasi a Bonn nel medesimo anno, mise in luce l'aspetto più sorprendente del lavoro: «... Consiste di sette Adagi sulle Sette Parole di Cristo sulla Croce e termina con un Presto che descrive il terremoto alla morte del Salvatore. L'idea di esprimere tali pensieri con una musica puramente strumentale è inusuale e coraggiosa e solo un genio come Haydn avrebbe voluto assumersi tale rischio».
Pur trattandosi di sette "Adagi", le indicazioni delle singole sonate introducono delle differenzia- zioni dinamiche: all'introduzione Maestoso e adagio segue il Largo della prima; quindi il Grave e cantabile, alla breve della seconda, il Grave, alla breve, della terza, il Largo della quarta. Adagio alla breve è l'indicazione della quinta "parola"; cui segue un Lento alla breve per concludere il testo evangelico con un Largo, prima dell'irruzione finale del Presto con tutta la forza (il più autorevole studioso haydniano, Robbins Landon, ha notato che qui è impiegata, per la prima volta nel Settecento, un'indicazione di forte con tre fff). Anche l'impianto delle tonalità segue, come è abi- tuale in Haydn, un preciso disegno: le sonate dispari sono in maggiore, e in una struttura formale "classica" col secondo tema alla dominante e una ripresa in tonica. Le sonate pari presentano invece più frequenti deviazioni dall'impianto base della forma-sonata: nella seconda, primo e secondo tema (in do minore e in mi maggiore) sono basati sul medesimo motivo, e l' apparizione conclusiva dello stesso in do maggiore esprime la speranza contenuta nel testo" Hodie mecum eris in Paradiso"; la quarta è in fa minore e modula in la maggiore alla fine dell'esposizione per poi tornare cromaticamente all'atmosfera del minore iniziale. La sesta sonata, in sol minore, termina anch'essa in maggiore; è anche da notare qui una presenza molto significativa del secondo tema, che conquista una rilevante autonomia. L'uso di note ripetute, il ritmo puntato e le figurazioni di terzine sono gli elementi, presentati fin dall'Introduzione, che ricorrono poi in tutti gli Adagi.
È da segnalare che lo stesso Haydn curò subito dell'opera due versioni alternative, una per quar- tetto d'archi e una per pianoforte (di altra mano, ma da lui approvata), che contribuirono grandemente alla diffusione del lavoro, anche se in esse si perdeva, ovviamente, il fascino del colore strumentale, tutt'altro che secondario in numerosi momenti dell'originale. Anni dopo, di passaggio a Passau, lo stesso autore ebbe la sorpresa di ascoltare una versione per coro elaborata dal Kapellmeister locale e decise di comporne una lui stesso; per il libretto di quello che sarebbe divenuto un oratorio si affidò al barone Gottfried van Swieten, figura centrale della Vienna di quel periodo e mecenate di Mozart.
L'importanza di un'opera dal taglio inconsueto come Le sette ultime parole non sfuggì all'autore, ne ai contemporanei, ed è stata sottolineata da tutti gli studiosi haydniani: «L'anno 1785 - è ancora Robbins Landon - è molto significativo nella vita di Haydn, poiché rappresenta un punto di svolta nella sua musica; vi sono ottime ragioni per ritenere che questo punto di svolta, che condurrà alle grandi sinfonie, alle messe, ai quartetti venne causato in parte - se non del tutto - dalle “Sette ultime parole”».
Antonín Dvořák (1841 - 1904)
Cypřiše (“i cipressi”) B.152
Antonin Dvorak diede dapprima il titolo I cipressi a un ciclo di diciotto Lieder per voce e pianoforte, su testi del poeta moravo Gustav Pfleger-Moravsky, composti nel 1865 e che sarebbero stati èditi, postumi, nel 1929. Il lavoro fu ispirato dall'amore giovanile per Josefina Cernakova, la ragazza che anni dopo sarebbe divenuta sua moglie. Dell'intera serie, dodici brani furono rielaborati dall'autore, mantenendo lo stesso titolo, ma aggiungendovi in parentesi “Echi di Lieder”, in una raccolta senza numero d'opus per quartetto d'archi (1887, prima edizione Praga 1921), ed è questo appunto il pezzo che ascolteremo stasera. Come si può facilmente immaginare, nonostante i vent'anni passati dalla primitiva versione vocale, questo quartetto di Dvorak mantiene le caratteristiche di un'immediatezza melodica soffusa di melanconia così tipica dell'autore e arricchita, di quando in quando, dall'inserzione di ritmi di danze popolari.
L'elenco dei titoli con i quali si succedono i dodici brani può aiutare a seguirne le diverse tinte espressive (la numerazione è quella del ciclo liederistico originale): n. 2 (“Nel dolce fascino del tuo sguardo”), n. 3 (“Nel petto umano regna soltanto morte”), n. 4 (“Tu mio unico amore”), n. 6 (“Io so che il mio amore per te”), n. 7 (“O splendida rosa preziosa”), n. 8 (“Mai nascerà amore con esito felice”), n. 9 (“Vado spesso girando intorno all'ultima dimora”), n. 12 (“La vecchia lettera nel mio libro”), n. 14 (“Nel più folto del bosco lieto mi fermo”), n. 16 (“Là sta un'antica roccia scoscesa”), n. 17 (“La natura è un cerchio”) e n. 18 (“Quando chiede perché tanto frema”)
Leós Janáček (1854 - 1928)
Quartetto n. 1 “sonata a kreutzer”
Il titolo di “Sonata a Kreutzer” si riferisce, com'è noto, a una sonata beethoveniana per violino e pianoforte, dedicata appunto al celebre violinista Rudolf Kreutzer. Ma chi immaginasse il quartetto come una pagina che prenda spunto dai temi beethoveniani sarebbe fuori strada. Anzichè di una musica al quadrato, infatti, ci troviamo in presenza di una “al cubo”, perchè Janacek si ispira non già alla musica di quella pagina, ma all'occasione che essa fornì a Leone Tolstoj nel 1891 per la scrittura di un'altrettanto celebre novella, con il medesimo titolo, tessuta sul tema della gelosia, che da quella sonata prende nome: nel racconto è infatti l'esecuzione della “Sonata a Kreutzer” da parte della moglie e di un amico violinista che fa intuire al protagonista-narrante che tra i due l'intesa va ben al di là dell'esecuzione di una serata.
Il quartetto è considerato il primo dell'autore, anche se nel 1880 Janacek si era già cimentato con questa forma, limitandosi solo al primo movimento. Tornò a scrivere per il quartetto d'archi molti anni dopo, nel 1923, su invito del Quartetto Boemo. Al racconto tolstojano egli aveva già destinato un trio, il cui manoscritto è però andato perduto, e il cui materiale confluì nel più tardo quartetto. Nel comporre il suo lavoro Janacek mise chiaramente il luce un intento polemico nei confronti di Tolstoj, del quale non condivideva la visione della moglie come unica colpevole del tradimento, mentre intendeva invece denunciare l'atteggiamento possessivo e dispotico degli uomini nei confronti delle donne, e l'orrore della gelosia.
Il primo movimento si basa su un tema imparentato con quello dell' “attrazione del Volga” dall'opera Katia Kabanova dello stesso autore, in cui pure si narra una vicenda di adulterio. Il motivo può essere letto come tema “del desiderio della donna”: sono i sentimenti di lei i protagonisti, il suo anelito frustrato all'amore e alla comunicazione. Il secondo tempo, Con Moto, è una sorta di Scherzo: esposto inzialmente dalla viola appare il tema del seduttore, musicalmente collegabile a quello precedente del desiderio; le sue successive varianti suggeriscono la tensione delle emozioni contrastanti e della tentazione, fino all'entrata di una melodia, appassionata ma esitante, come insicura, che è seguita da una sua variante più languida, forse il cedimento e la confessione della protagonista. Il terzo movimento (Con moto - Vivace – Andante) si apre con un espressivo duetto fra primo violino e violoncello, basato su una citazione parafrasata di un tema della sonata beethoveniana; la melodia viene bruscamente interrotta da una tesa sezione centrale (Vivace) che suggerisce una richiesta di compassione e un presagio di tragedia. Nel IV mov. (Con moto – Adagio) il destino si compie: la donna è la vittima, abbattuta. Dopo un'angosciata introduzione riappaiono il tema precedente e infine, Feroce, il tema del desiderio.
