10 \ giovedì 10 dicembre \ h 21:00

auditorium di castel sant'elmo

ensemble zefiro

ensemble zefiro

Prestigioso appuntamento con Mozart e l’Ensemble Zefiro, complesso di musica antica specializzato nel repertorio per strumenti a fiato dal XVIII al XIX secolo. Il suo organico di tredici elementi, tutti fiatisti, suonerà brani del repertorio mozartiano, in particolare la Serenata in si bemolle maggiore Kv. 361 “Gran Partita” e  la Serenata in do minore “Nachtmusik” K388: le due più grandiose serenate di Mozart si susseguono in questa locandina, proposte in ordine cronologicamente inverso, facendoci gustare la consueta armonia tra sapienza estrema ed espressività, ora tenera ora scherzosa, peculiare del compositore .

Molto apprezzato dalla critica specializzata per le incisioni delle opere di Zelenka e Mozart (per l’etichetta Astrèe-Auvidis), l’Ensemble Zefiro, gruppo variabile fondato nel 1989 dagli oboisti Alfredo Bernardini e Paolo Grazzi e dal fagottista Alberto Grazzi, è ospite delle rassegne più autorevoli dedicate al repertorio di XVIII e XIX secolo; per l’interpretazione dei Divertimenti per archi e fiati di Mozart, pubblicata dalla Sony Classical, ha ricevuto diversi premi internazionali, tra cui il “Grand Prix du disque”, il “Premio Nazionale Classic Voice” e “Choc du Monde de la Musique”.

Prezzo del biglietto: 28€, 21€ e 18€ intero, 8€ ridotto giovani; last minute fino a 31 anni 3€ in vendita un’ora prima del concerto.
 

programma

Wolfgang Amadeus Mozart (1756 - 1791)
serenata in do minore “nachtmusik” K388

allegro
andante
menuetto e trio
allegro
 

Wolfgang Amadeus Mozart (1756 - 1791)
serenata in si bemolle maggiore "gran partita" K361

largo, molto allegro
menuetto, trio 1 e trio 2
adagio
menuetto (allegretto) trio 1 e trio 2
romance (adagio,allegretto)
tema con variazioni (andante)
finale (molto allegro)


 

le musiche

wolfgang amadeus mozart (1756-1791)       
serenata in do minore “nachtmusik” K388
allegro
andante
menuetto e trio
allegro


  *   *   *
serenata in si bemolle maggiore "gran partita" K361
largo, molto allegro
menuetto, trio 1 e trio 2
adagio
menuetto (allegretto) trio 1 e trio 2
romance (adagio,allegretto)
tema con variazioni (andante)
finale (molto allegro)
 

Wolfgang Amadeus Mozart (1756 - 1791)
serenata in do minore “nachtmusik” K388

La serenata K 388 per soli fiati è l’ultimo lavoro del musicista in questo genere, cui ha donato invenzioni aeree e squisite, profondendo tesori di fantasia. Tra tutte le sue serenate, sia questa sia quella che ascolteremo nella seconda parte del concerto sono le più grandiose e dotte, e perfino un po’ problematiche, perciò amate dagli strumentisti e di più dagli studiosi, tutti concordi nel lodarne la complessa bellezza. Per fortuna nostra, Mozart pure quando si cimenta con tour de force di ricerca timbrica, elaborazione armonica,  di canoni etc.. mai scrive musica di pura ricerca, per la carta o il cervello, ma riesce a catturarci piuttosto in un superiore piacere d’ascolto, proprio fisico. Naturalmente nel volgere del brano è sempre più chiaro che questa serenata è stata pensata per la sala concerto, più che per la strada o il giardino: troppe finezze se ne perderebbero. Ma per quale sala da concerto, per chi, ensemble di strumentisti (certo assai bravi) o committente-aristocratico o borghese- questo lavoro sia stato compiuto non si sa: e colpisce la tonalità scelta, drammatica, dolorosa, che determina la “tinta”(Verdi) della pagina tutta, con solo due episodi in maggiore, risolutivi ma non tali da farci percepire diverso l’insieme. Sappiamo solo che la serenata è dell’estate 1782, momento di gioie e dolori per il musicista, come ci racconta il suo epistolario. E’ musica coeva alla sinfonia “Haffner” e di poco posteriore alla realizzazione definitiva e debutto soddisfacente del “Ratto dal serraglio”, ma certo non con queste partiture né con quelle di incantevoli altri piccoli, e poco noti, pezzi coevi, questa serenata ha tratti espressivi comuni, se non il lavoro di cesello con cui è stata compiuta. Articolato in quattro movimenti il lavoro già così è lontano dal genere, costruito invece abitualmente per pagine brevi, varie e frizzanti o liriche: sembra d’ascoltare ora infatti una sinfonia, un quartetto dall’inizio aulico e composto, con un’introduzione all’unisono, cui segue una elaborazione di ordinata impostazione sonatistica, con due temi ben contrastanti quindi, da cui scaturiscono spunti altri ma sempre elaborati da Mozart con intuitivo, superiore dominio della forma. Il pezzo è concentrato, severo, coerente nella tonalità minore: il carattere è drammatico, e sembra a tratti pensato con l’animo volto all’opera seria. Il pannello successivo è invece concepito con naturale senso del chiaroscuro, quindi andamento lineare per una limpidissima atmosfera sognante, canora e trasfigurata grazie ai timbri usati con abilità assoluta: è forse la “musica della notte”, da cui in antico la serenata ha preso nome ”Nacht musique”. Mozart scriverà pagine del genere in molti dei suoi concerti per pianoforte, ma soprattutto nei capolavori estremi con clarinetto. Però, però quel movimento centrale del concerto, bello e trascurato per fagotto K 191, già conteneva questo canto.Tuttavia è pure nel giusto chi ha percepito qui un accento di laica religiosità, assolutamente sorprendente in una serenata, ma non in questa forse. Nella verve del minuetto e trio il compositore cala una compiaciuta scrittura in canone e canone inverso, esibendo abilità che sarebbe solo eccellente artigianato, se non ci compiacessimo anche noi della sua bravura un po’ funambolica, ma con signorilità, con il guizzo poetico del cambio di atmosfera e tonalità (ecco il maggiore!) del trio. E la tonalità maggiore incontreremo alla conclusione dell’ultimo movimento, sorridente ma non liberatoria, come, per esempio, nel concerto K 466: qui è ben evidente il lavoro di bulino, di certosina (a proposito di Mozart il termine  sembra bizzarro, perfino dissacrante!) pazienza. Ogni variazione origina dall’altra ed ognuna risponde alla particolarità di ciascuno strumento.

Massimo Loiacono

Wolfgang Amadeus Mozart (1756 - 1791)
serenata in si bemolle maggiore "gran partita" K361

 E’  del 1781, la “Gran partita” (titolo di origine discussa, senza certezze), ovvero la serenata K 361, con singolare aggiunta ai fiati di un contrabbasso che già all’epoca veniva tralasciato, riducendo l’organico strumentale del lavoro a dodici strumenti, ma anche ad otto, alterando certo la fisionomia speciale del suono. I movimenti qui sono tanti, vari come nelle vere serenate, disposti un sapiente, cangiante andamento: è una vera serenata, solo più monumentale, più elaborata formalmente, virtuosistica perché pensata per i bravissimi strumentisti della celebre ed eccelsa orchestra di Mannheim, che aveva in qualche modo inventato il sound sinfonico europeo, artisti stimatissimi da Mozart e da lui ritrovati a Monaco nell’orchestra che aveva suonato, “creato”, “Idomeneo”. E di quell’opera intensa, trascinante nonostante l’impostazione rigida, all’antica, del libretto, musicata con una partitura insolitamente impetuosa, rimasta unica forse nel catalogo di Mozart, la “Gran partita” ha in comune l’esuberanza. E dopo averla ascoltata bisognerebbe riascoltare “Idomeneo” appunto. L’impegno del musicista, protrattosi da Monaco a Vienna, ma si direbbe il suo sfizio, francamente, sono tutti concentrati nell’escogitare combinazioni sonore che valorizzino i timbri per contrasto, per affinità, costruendo passi solistici di grande equilibrio nell’insieme che diremmo orchestrale, magari evocando le sinfonie concertanti allora di moda, genere cui Mozart pure ha dato il suo contributo. Ma la sfida qui era il complesso di soli fiati, senza dimenticare il contrabbasso però, con possibilità di contrasto ridotte rispetto a quelle offerte dalla presenza degli archi. Da ciò, prevedibilmente tra pagine dotte ed altre pervase anche di humour, molto in stile XVIII secolo, rococò insomma, scaturisce ancora una volta la bellezza dei movimenti lenti, l’ “Adagio” già pagina di afflato romantico e la “Romanza” con la memoria dell’amata scena operistica, momenti sognanti profondi e delicatissimi al contempo. Ma il finale effervescente fremente di brio ed assai complesso per gli strumentisti ci riporta sulla terra, in sala da concerto con la sua dose di prevista, esibita spettacolarità festosa.
Massimo Lo Iacono