13 \ venerdì 15 gennaio \ h 21:00

auditorium di castel sant'elmo

leonidas kavakos, hanna weinmeister, hariolf schlichtig, diemut poppen, patrick demenga, quirine viersen

leonidas kavakos violinista e direttore

Leonidas Kavakos torna nella stessa sala dove ha magistralmente inaugurato la stagione concertistica della Associazione Alessandro Scarlatti in ottobre alla guida della Camerata Salzburg. Stavolta è in compagnia di un gruppo di vecchi amci ( e che amici! Hanna Weinmeister al  violino, Hariolf Schlichtig, Diemut Poppen alle viole Patrick Demenga, Quirine Viersen ai violoncelli) tutti solisti di gran prestigio, per il piacere di riunirsi  per eseguire musica da camera di rara esecuzione. E questo è un proposito che per il pubblico napoletano non risulta certo insolito, tanto più che questo gruppo di solisti è già stato applaudito nel novembre del 2007 in una formazione lievemente diversa.
Il programma comprende tre sestetti, organico questo che non è spesso presente delle programmazioni concertistiche, ma che per  alcuni compositori è stato  lo strumento ideale per realizzare pagine di sinfonismo in miniatura.  Questo vale certamente per il grandioso”Souvenir de Florence” di Caikowsky che conclude questo programma che comprende anche pagine di Dvorak e Schuloff.

programma

Antonín Dvořák (1841 - 1904)
Sestetto in la maggiore op. 48

antonin dvořák (1841 – 1904)
sestetto op 48 in la maggiore
allegro moderato
dumka (elegia)
furiant
finale (tema e variazioni)

 

Erwin Schulhoff (1894 - 1942)
Sestetto op. 45

erwin  schulhoff (1894 – 1942)
sestetto op. 45
allegro risoluto
tranquillo (andante)
burlesca (allegro con spirito)
molto adagio

Petr il’ič Cajkovskij (1840 - 1893)
Sestetto op. 70

pëtr i. čajkovskij  (1840 – 1893)
sestetto in re maggiore op 70 ‘souvenir de florence’
allegro con spirito
adagio cantabile e con moto
allegretto moderato
allegro vivace

 

le musiche

antonin dvořák (1841 – 1904)

sestetto op 48 in la maggiore

allegro moderato

dumka (elegia)

furiant

finale (tema e variazioni)

 

erwin  schulhoff (1894 – 1942)

sestetto op. 45

allegro risoluto

tranquillo (andante)

burlesca (allegro con spirito)

molto adagio

 

 

 

 

*    *   *

 

pëtr i. čajkovskij  (1840 – 1893)

sestetto in re maggiore op 70 ‘souvenir de florence’

allegro con spirito

adagio cantabile e con moto

allegretto moderato

allegro vivace

Antonín Dvořák (1841 - 1904)
Sestetto in la maggiore op. 48

Questo bel lavoro, unico nel catalogo del prolifico compositore boemo, scritto nel Maggio del 1878,  è certo scaturito metaforicamente all’ombra dei sestetti di Brahms che Dvorak ben conosceva, e ne serba intelligente traccia nell’uso delle variazioni del quarto movimento, nella polifonia che ne caratterizza dei passi, in quel finale, in cui attraverso Brahms addirittura si intravede una suggestione di Beethoven. I movimenti sono quattro, di grande respiro, tratteggiati ora con grande slancio poetico, e verve addirittura, ora elaborati con quella sapienza che salda Dvorak alla tradizione germanica, attraverso Brahms appunto. I più elaborati sono proprio il primo ed il quarto tempo, cui si è già accennato in termini essenziali. L’“Allegro moderato” di apertura è proprio in forma sonata con due temi, il primo proposto dal primo violino ed il secondo dal violoncello con la viola: ascoltiamo qui una pagina con andamento molto articolato con ampliamenti notevoli. Si segnalano l’elaborazione della parte mediana del tema principale e il “molto tranquillo” che precede una coda molto drammatica con ricapitolazione. A tratti il sestetto, inteso come formazione strumentale, è presentato come quartetto allargato. C’è in questi temi appena sentiti il lirismo tipico dell’ispirazione di Dvorak, anche vagamente enfatico, quando il musicista vi si abbandona, e che si trasforma però in musica dai connotati popolari, quando il compositore attinge esplicitamente alla tradizione della sua terra. Ecco quindi nel “Poco allegretto” una Dumka, una berceuse elegiaca, che dai colori malinconici squisitamente variati si trasforma in una danza nella coda, conclusione di un movimento ricercato e fantasioso, sostenuto dal continuo fluire dell’invenzione. E poi ecco lo scherzo con trio “Furiant”, tanto affine a quelle danze slave, taluna scritta proprio in quel periodo, lavori così caratteristici di Dvorak da sembrarne quasi la cifra stilistica. Il lirismo più puro torna nel tema variato nel dotto ma poetico movimento finale, tratteggiato di sopra.    

Massimo Loiacono

riproduzione vietata    

Erwin Schulhoff (1894 - 1942)
Sestetto op. 45

Fu Antonin Dvorak, diventato nel 1901 direttore del Conservatorio di Praga, a  incoraggiare il giovane Erwin Schulhoff a studiare musica. Pochi anni dopo il futuro musicista si recava a Vienna, quindi a Lipsia, dove studiò con Max Reger) e a Colonia dove restò fino al 1914, prendendo lezioni anche da Claude Debussy. Nella prima guerra mondiale combatté come soldato austriaco sul fronte italiano. In seguito fece ritorno a Praga dove insegnò dal 1929 al ’31 al Conservatorio. Decise in seguito di abbandonare la Cecoslovacchia per andare a vivere nel clima più vivace della Repubblica di Weimar, dove diventò fra l’altro un apprezzato pianista jazz. Alla nuova musica conosciuta tramite le prime incisioni discografiche giunte a Dresda dedicherà varie pagine, tra le quali anche un oratorio–jazz HMS Royal Oak. La drammatica situazione economica della Repubblica tedesca lo spinse ad iscriversi al Partito Comunista e riuscì a tornare in patria appena in tempo prima dell’ascesa al potere di Hitler. Quando le truppe naziste occuparono i Sudeti nel 1938 e l’intera Cecoslovacchia, si rifugiò in Russia,  ma nel 1941 durante l’invasione nazista venne arrestato e inviato nel campo di concentramento di Wurzburg dove morì nel 1942.
Otto sinfonie, due concerti per piano, balletti, un opera, l’oratorio jazz e anche una versione musicale del Manifesto di Marx ed Engels, eseguita per la prima volta a Praga nel 1962, e scritta con l’entusiasmo dell’adepto, sono soltanto una parte dei titoli di un catalogo molto vasto, del quale si è in gran parte perduta traccia anche a causa della “damnatio memoriae” (e non solo) operata nei confronti suoi e di tanti altri esponenti della cosiddetta entartete Kunst (“arte degenerata”) ferocemente combattuta dal Nazismo che ebbe in Schulhoff (ebreo, comunista e musicista radicale) un nemico giurato.
Il Sestetto in programma stasera venne eseguito per la prima volta al Festival di Donaueschingen del 1925 (il giorno prima della Serenata di Schoenberg) dal quartetto Zika con i due fratelli Hindemith (Paul alla viola e Rudolf al violoncello).
Il primo movimento era già terminato a Dresda, nel 1920, quando Schulhoff era appena uscito dagli studi sulla musica di Schoenberg, donde il carattere marcatamente cromatico, ma non ancora pienamente atonale del primo tempo. Tutti i quattro movimenti sono accomunati dall’impiego di una cellula “do - re bemolle – sol”. Con esse inizia il pezzo e le stesse formano una sorta di melodia bassa continua nella coda del primo tempo. Un pedale “do sol” apre il secondo tempo in una situazione più calma dominata da una cantilena monotona, ripetuta tre volte senza pausa. Il terzo tempo è una Burlesca in 5/8 agitata che richiede grande virtuosismo. Il Finale Molto Adagio  rivela, tra le altre (come era già stato per il secondo tempo), l’influenza dei tardi lavori cameristici di Debussy.
Renato Bossa
riproduzione vietata

Petr il’ič Cajkovskij (1840 - 1893)
Sestetto op. 70

E’ questo sestetto, unico nel catalogo del suo autore complessivamente attratto molto poco dal repertorio cameristico specifico della tradizione tedesca, uno splendido brano di diario in musica, anche se nulla però vi si dice di fatti e luoghi con citazioni esplicite, memorie riconoscibili: insomma è un sovvenire senza cartoline illustrate. E senza l’enfasi di quelle. Data l’epoca poi fu scelta di grande austerità. Scritto nel 1890, anno del felice debutto della “Bella addormentata”, il “Souvenir” è memoria del soggiorno fiorentino di Caikowsky, segnalato ancora con lapide sul muro esterno della bella dimora che lo ha ospitato, nella parte più alta di una stradina che scende da piazzale “Michelangelo”. Lì fu scritta la “Dama di Picche”: e che diversità di “tinta” tra quel singolare “noir” e la luce del sestetto “riposante”, per usare termini dell’autore. Ad ascolto del ricordo fiorentino completato si avrà modo di riflettere quanto diverso fosse quel coloratissimo “Capriccio italiano”, ricco di spunti extramusicali, caleidoscopio di effetti ben dosati da sapiente regia, prima, e vera quella, cartolina dall’Italia di Piotr Illiic. In qualche modo il “Souvenir” parla di meridione luminoso, ma è austero; il “Capriccio” invece in qualche modo di mondo mediterraneo, di più esplosive emozioni. Così pieno di garbo e bon ton l’esordio nobile del maturo sestetto è tutt’altro che lo squillante incipit del lavoro sinfonico. Ma taluno magari andrà pure con il pensiero alla “Tragedia” di Zemlinsky, al canto debordante per troppo entusiasmo dello “Schicchi”. Non facile comunque reperire molta Firenze scena d’opera o quasi. 
  Ampio ed articolato assai il lavoro è davvero sinfonismo in miniatura per l’intensità d’ampio respiro che lo attraversa e ne è peculiare, ma il suo più raffinato pregio sta  forse nel grande equilibrio tra la scrittura cameristica rica di dettagli preziosi, il cui impegno tanto preoccupava il suo autore, elaborata nei particolari a primo incontro sfuggenti e lo slancio, il dinamismo del grande sviluppo. Sono da ascrivere a questo aspetto del sestetto le belle invenzioni melodiche, canore a tratti di sicuro impatto sul pubblico, distribuite in ogni movimento, e sovente tali da intessere un rete di rimandi con altre opere del musicista. Forse i primi tre movimenti, complessivamente assai legati, sono tali da richiamarci alla mente anche “Camera con vista”, con spunti dell’esperienza italiana intensa, ma il quarto è la singolare musica del rientro, canto di “casa”.  Qui infatti la memoria del Sud, signorile Sud fiorentino dai paesaggi assai ordinati, irrompe solo una volta nella suggestiva pagina con elementi ucraini disposti in allegro di sonata, trattati anche in maniera accademica e tuttavia pregnante, con un eclettismo che colpisce molto, soprattutto ricordando che questo è l’ultimo pezzo da camera di Caikowsky. Dopo un esecuzione privata proprio nel 1890, il “Souvenir” fu riproposto, riveduto in parte, nel 1892 dopo il debutto di “Schiaccianoci” un mese prima della morte un misteriosa del suo autore.

Massimo Lo Iacono

riproduzione vietata