Note di sala Concerto n. 15

Note di sala


di Luigi Amodio


Durante la stagione concertistica 2018/2019 una quota i programmi di sala dei concerti saranno affidati a esponenti della società civile ovvero appassionati e competenti di musica non addetti ai lavori. Tra loro ci saranno artisti, scrittori, giuristi, ingegneri. Luigi Amodio è Direttore del Science Centre di Città della Scienza


La musica ha un grande potere: ti riporta indietro


nel momento stesso in cui ti porta avanti,


così che provi, contemporaneamente, nostalgia e speranza.


Nick Hornby


Il programma del concerto di stasera “non fa sconti”. Si tratta, infatti, di una selezione di lavori molto impegnativa per gli esecutori ma che richiede anche al pubblico un quid in più delle giuste e dovute applicazione e attenzione che ogni concerto merita. Dedicato al genere “principe” della musica da camera, il quartetto d’archi, la serata propone al contempo un programma di grande bellezza, con la presentazione di tre composizioni per certi versi – e ognuna a modo suo – eccentriche rispetto al formalismo e alla struttura consolidata del genere quartettistico; una selezione davvero interessante, come è ormai consuetudine per l’Associazione Scarlatti.


Il primo brano ad essere eseguito è il Quartetto in sol minore op. 20 n. 3 di Franz Joseph Haydn, ovvero il compositore che consolidò il genere quartettistico, attribuendogli il ruolo fondamentale che esso occupa nella storia della musica. Il Quartetto di questa sera è un lavoro molto energico, che si apre con un Allegro con spirito seguito dal Menuetto. Allegretto. Già dai primi due movimenti – caratterizzati da un pacato dialogo tra gli strumenti, interrotto di tanto in tanto da “punti esclamativi”, come ad esempio gli unisoni del primo movimento – questo lavoro presenta alcune caratteristiche “singolari” rispetto alla tradizione quartettistica, come ad esempio la collocazione del Minuetto al secondo movimento o alcune scelte compositive inconsuete, che sono state rilevate da vari critici.


Ma è lo stupendo terzo movimento Poco adagio a dominare, per dimensioni e qualità, l’intera composizione. Si tratta di una lunga aria cantabile (oltre 10 minuti di musica) che vede quali protagonisti assoluti il primo violino e il violoncello. Solenne e dolce al tempo stesso, il brano mantiene per tutta la sua durata un’atmosfera malinconica e nostalgica, che risuona lungo l’insieme della composizione; quasi come se il musicista allora quarantenne (il Quartetto fu composto nel 1772) volesse con quel brano, con la mestizia propria di ogni separazione, rassegnarsi a salutare definitivamente l’età barocca e prendere atto della nuova epoca (e che epoca!) oramai alle porte.


Il Quartetto si conclude con un Finale. Allegro molto finalmente veloce e conciso, contrassegnato da un sapiente uso di pause e staccati che sono disseminati per l’intero sviluppo.


Il programma prosegue con il compatto e intrigante Quartetto in fa minore op. 95 “Serioso” di Ludwig van Beethoven. È un Beethoven crepuscolare e assolutamente non rassicurante il compositore di queste pagine, scritte nel 1810, quindi nella piena maturità del grande musicista. Il primo movimento Allegro con brio risalta per la grande quantità di eventi musicali – pause, staccati, brevi discorsi all’unisono – che lo punteggiano. Sembra quasi che tutta questa ricchezza ne dilati la durata, che invece è molto contenuta. Ancora una volta l’esempio di quanto l’esperienza dell’ascolto musicale possa alterare la nostra percezione del tempo e stavolta, singolarmente, in un movimento dall’andamento veloce.


Il secondo movimento, un dolce e un po’ mesto Allegretto ma non troppo, in cui emergono un tema principale e un fugato, ci conduce senza soluzione di continuità direttamente al sorprendente terzo movimento, l’Allegro assai vivace, ma serioso che dà anche il titolo all’intera composizione. Il tema del movimento, enunciato sin dall’inizio, torna e torna più volte nel corso dello sviluppo, incorniciando la melodia riflessiva del Trio in episodi decisi e aggressivi. Il Quartetto si conclude con un ampio movimento finale, aperto da un’elegia, Larghetto espressivo, che prelude al singolare Allegretto agitato. Qui tutto il clima del Quartetto viene progressivamente ribaltato e, seppur nei limiti, Beethoven sembra dirci che “finché c’è vita, c’è speranza”, fino alle luminose battute conclusive, la terza sezione Allegro, che ci predispongono all’applauso con il sorriso sulle labbra.


Il Quartetto in sol maggiore D. 887 di Franz Schubert, che conclude il programma di questo concerto, è l’ultimo dei Quindici quartetti per archi del musicista e, nonostante la sua mole, fu composto in soli 10 giorni, nel giugno del 1826, appena due anni prima della morte: e come non rimanere impressionati e commossi – nonostante la storia della vita di Schubert sia ben nota a tutti – pensando alla fine prematura, a poco più di 30 anni, di questo geniale ragazzo…


Anche questo lavoro si presenta eccentrico rispetto alle regole del genere quartettistico; ed è probabilmente proprio questa caratteristica che lo rende una composizione “di rottura” e di straordinario interesse. Questo Quartetto, infatti, sembra voler stressare ed esplorare tutte le potenzialità espressive e tecniche della formazione quartettistica, divenendo quasi un “catalogo”, estremamente variegato, di strutture ed effetti sonori. Il lavoro si articola in quattro movimenti che, nell’esperienza dell’ascoltatore, si presentano piuttosto come due blocchi: il primo, costituito dall’Allegro molto moderato e dall’Andante un poco moto, è un monumentale (oltre 30 minuti di musica) alternarsi di temi e soluzioni stilistiche (passi di danza, elegie, marce, scatti irrequieti…) oltre che tecniche e ritmiche (con pizzicati, staccati, tremolandi, sincopati…) davvero poco usuale per un musicista come Schubert, il cui nome evoca in tutti noi in primo luogo l’idealtipo della melodia e della cantabilità.


Il secondo blocco, che rappresenta una sorta di energizzante boccata d’ossigeno dopo la tensione emotiva dei primi due movimenti, è invece composto da uno Scherzo e da un Allegro assai altrettanto vari e articolati. Da notare, nel Trio dello Scherzo, il dialogo tra violoncello e violino che si rincorrono nella enunciazione del tema. Il movimento finale è un ampio e trascinante ritmo di tarantella molto compatto, a differenza dei movimenti precedenti, dal punto di vista della struttura ritmica. E però non ci inganni il richiamo alla danza della nostra tradizione popolare: il tono più profondo e più autentico di questo movimento è tutt’altro che scanzonato e appare, piuttosto, vagamente inquietante lasciandoci, in conclusione, materiale per riflettere e meditare e fantasticare…