Note di sala Concerto n. 10

Note di sala di Giuseppina Crescenzo*

“La “Scarlatti” nacque a Posillipo a Villa Maria, in un’indimenticabile sera di ottobre del 1918: essa può dirsi la realizzazione di un sogno.
Fu così: ero da Maria De Sanna a Posillipo, dove quasi quotidianamente ci si riuniva a far musica, a parlare di musica, a progettare di musica; ma in quella sera, dalla terrazza della villa, lo spettacolo del plenilunio dava un senso di irreale e di fantastico a quanto ci circondava ed io vedevo nello stupore della natura un incitamento a sognare le cose impossibili da me audacemente pensate e fortemente desiderate. […] Ed il mio rammarico si elevò più accorato per la difficoltà, o meglio, l’impossibilità di realizzare questo mio sogno artistico: creare un coro, un organismo idoneo ad esecuzioni dei nostri capolavori antichi, per ascoltarli noi per primi, e farli conoscere ed amare al pubblico napoletano.”
Così scriveva Emilia Gubitosi (1887-1972) nel suo “atto di concepimento” dell’ Associazione Musicale Alessandro Scarlatti. Quella donna dagli occhi languidi, dallo sguardo sempre vigile e il sorriso malizioso, su un corpo piccolo ma slanciato sui tacchi così alti da farsi accompagnare da quel bastoncino che mai l’abbandonava, quell’artista virtuosa generava la sua straordinaria creatura, che avrebbe riportato in vita la musica silenziosa del passato, polverosa e dimenticata tra gli scaffali sacri delle feconde biblioteche napoletane. In fondo non era un caso che Emilia fosse stata la prima donna diplomata ufficialmente al Conservatorio di musica San Pietro a Majella, l’erede dei quattro antichi conservatori secenteschi. Ed è per questo che l’odierna Associazione Musicale Alessandro Scarlatti le dedica il concerto di stasera intitolato Redemisti nos Domine, eseguito dall’Ensemble Vocale di Napoli con musiche della stessa Emilia, ed altre commissionate per l’occasione a Patrizio Marrone e Gaetano Panariello, oltre all’esecuzione di pagine sacre dei “dioscuri” del centenario, Alessandro e Domenico Scarlatti.
“Redemisti nos Domine” è un mottetto che Emilia compose ancora tra i banchi del conservatorio di Napoli, forse per esercitare la scrittura polifonica. Aveva iniziato lo studio della composizione con Camillo De Nardis e successivamente continuò con Nicola D’Arienzo e Giuseppe Martucci. Si diplomò nel 1909 ma la pubblicazione del mottetto, a cura dell’Edizioni Musicali Carrara, risale già al 1907. Si tratta di una composizione per coro a due voci eguali con organo o armonium sul testo latino di un’antifona gregoriana all’introito della messa del primo luglio, giorno del preziosissimo sangue del nostro Signore Gesù Cristo; come tutti gli introiti del proprium Missae, anche questo è un centone: il primo periodo è tratto dall’Apocalisse 5, 9-10 (Redemísti nos, Dómine, in sánguine tuo, ex omni tribu, et lingua, et pópulo, et natióne: et fecísti nos Deo nostro regnum = O Signore, ci hai redendo col tuo Sangue, noi di ogni tribú, e lingua, e popolo, e nazione: e hai fatto di noi un regno pel nostro Dio), mentre il secondo dal Salmo 88, 2 (Misericórdias Dómini in aetérnum cantábo: in generatiónem et generatiónem annuntiábo veritátem tuam in ore meo = Le misericordie del Signore vanterò in eterno: di generazione in generazione la mia bocca annunzierà la tua verità). L’antifona gregoriana “Redemisti nos domine” è composta sul VI modo (fa-la) e rinvenibile nel Cantus Selecti, uno dei preziosi libri di canto gregoriano pubblicati dai monaci benedettini dell’abbazia francese di Solesmes. Il contrappunto imitato del mottetto della Gubitosi, sia nelle semifrasi ascendenti che discendenti, non si allontana di molto dalla melodia dell’antifona gregoriana e sottolinea con tecniche madrigalistiche il canto di gioia di ringraziamento al Signore. Dunque già l’opera di una compositrice professionista che guardava con devozione ai modelli del passato.
Restando sulla forma musicale del mottetto, i due omaggi alla Gubitosi sono l’uno di genere sacro e l’altro profano. L’Ave Verum di Patrizio Marrone è un mottetto a quattro voci (SATB) composto secondo le regole e il gusto della “Scuola napoletana” del Novecento; in esso emergono saldi i principi della polifonia studiata dal compositore al Conservatorio di Napoli insieme ai condiscepoli di maestri come Mazzotta, Longo, Savasta e Di Martino: compositori che pur non essendosi sbilanciati nei territori delle avanguardie come quella seriale, hanno lasciato un’eredità musicale e un metodo didattico di grande attualità e che fu molto seguito, peraltro, negli anni Sessanta e Settanta. Un omaggio, quindi, non solo alla fondatrice della Scarlatti ma in genere ai maestri del passato che rivivono nell’insegnamento degli attuali docenti del Conservatorio di Napoli. La scelta di musicare l’inno eucaristico “Ave Verum Corpus” (Ave Verum Corpus natum de Maria Virgine, Vere passum, immolatum in cruce pro homine, Cuius latus perforatum fluxit aqua et sanguine, Esto nobis praegustatum in mortis examine. O Iesu dulcis, O Iesu pie, O Iesu, fili Mariae, Miserere mei. Amen= Ave, o vero corpo, nato da Maria Vergine, che veramente patì e fu immolato sulla croce per l’uomo, dal cui fianco squarciato sgorgarono acqua e sangue: fa’ che noi possiamo gustarti nella prova suprema della morte. O Gesù dolce, o Gesù pio, o Gesù figlio di Maria. Pietà di me. Amen) va inquadrata nella nostra contemporaneità: come Gesù Cristo patì e fu immolato sulla croce e dal suo fianco squarciato sgorgarono acqua e sangue, allo stesso modo centinaia di naufraghi patiscono e vengono lasciati morire oggi nel mare Mediterraneo. Lo strazio e il dolore vengono ancora di più sottolineati da una improvvisa imitazione delle voci sul testo “fluxit aqua et sanguine” incasellate in un’omoritmia di gusto rinascimentale.
Di genere profano, invece, è il Mottetto sul nome Emilia, omaggio evidente fin dal titolo ad Emilia Gubitosi di Gaetano Panariello. Il mottetto a quattro voci (SATB) è composto secondo la tecnica del crittogramma dove il testo poetico si basa sul nome delle note: “E” infatti corrisponde alla nota Mi del sistema anglosassone, “MI” alla nota Mi di quello italiano, le crome La-Si cantano la sillaba “LI” e infine la lettera “A” rappresenta nel sistema anglosassone la nota La. Il nome è affidato alla voce dei tenori ma diventerà subito nella battuta successiva l’accordo iniziale delle quattro voci, le quali cantano il testo dell’antifona “O Sapientia”, utilizzata nella liturgia del rito romano del 17 dicembre (O sapientia, quae ex ore Altissimi prodisti, attingens a fine usque ad finem, fortiter suaviter disponensque omnia: veni ad docendum nos viam prudentiae = O Sapientia, che uscisti dalla bocca dell’Altissimo, arrivando da confine a confine, e con forza dolcemente tutto disponendo: vieni ad insegnarci la via della prudenza). Si tratta di un’invocazione della venuta di Gesù che Panariello, anch’egli docente al Conservatorio di San Pietro a Majella, sottolinea con elementi madrigalistici preferendo in alcuni casi voci femminili per enfatizzare la dolcezza delle parole e in altri voci maschili per farne risaltare la durezza. Nella battuta finale del mottetto si concretizza la sintesi armonica della sonorità del brano mentre, dal punto di vista melodico, il mottetto – dopo aver fatto ripetere dai soprani la melodia che inizialmente era stata enunciata dai tenori – si conclude ancora con il nome EMILIA che, questa volta, sarà cantato dall’intero coro.
La coppia simbiotica degli Scarlatti padre e figlio, studiata da Roberto Pagano – come ha ricordato il precedente concerto della Scarlatti con Enrico Baiano –, costituisce il simbolo più eloquente del primo interesse di Emilia Gubitosi e degli altri pionieri della musica antica a Napoli nel primo Novecento. L’Associazione che porta il nome di Alessandro, dedicò anche a Domenico una costante attenzione: del resto erano gli anni del recupero delle sue Sonate da parte di Alessandro Longo. Rispetto alla sua musica strumentale, la musica sacra di Domenico Scarlatti è stata da sempre trascurata tranne il suo monumentale “Stabat Mater” a 10 voci, risalente al periodo finale della sua vita trascorso in Spagna. Solo negli ultimi decenni, grazie principalmente all’impulso di Malcolm Boyd e poi all’iniziativa di alcuni studiosi italiani, si è esaminato con più attenzione il periodo fecondo trascorso da Domenico a Roma (1709-1719), inizialmente come assistente del padre nelle principali cappelle vaticane, durante il quale produsse la gran parte delle composizioni sacre che ci sono rimaste. Invece la Missa quatuor vocum sopravvive in un manoscritto oggi conservato alla Biblioteca Nazionale di Madrid ed è l’unica composizione originale scarlattiana rimasta in Spagna; proveniente da una serie di libri corali copiati per la cappella reale spagnola nel 1754 fu dunque composta verso la fine della vita di Domenico. Si tratta di un’opera di straordinaria fattura che mostra tutto il talento contrappuntistico nelle canoniche cinque parti dell’ordinario della messa. Invece di seguire i modelli del canto gregoriano (cantus firmus), il compositore ha stabilito una coerenza interna del brano attraverso l’uso di melodie ricorrenti: questi temi ricevono un trattamento in “stile antiquo” con inversione, trasformazione ed elaborazione che stupiscono per la maestrìa.
Oltre trent’anni prima che questa messa di Domenico fosse copiata in Spagna, il padre Alessandro aveva avviato quel suo ultimo percorso trascendentale che aveva portato al celebre scambio di cantate con Gasparini, nel quale Scarlatti compose la sua cantata “Hinumana”. Proprio in quel contesto, a Roma nel 1720, Alessandro Scarlatti aveva composto per il Cardinale Acquaviva, appartenente a una nobile famiglia napoletana, la Messa di Santa Cecilia, un capolavoro che il primo studioso di Scarlatti, Edward Dent, aveva considerato precorritore delle opere di Bach, Haydn e Mozart. In realtà quel che colpisce in questa composizione tarda dell’immenso repertorio del “Palermitano”, che chiuse la sua esistenza a Napoli nel 1725, è l’emancipazione delle voci, non più trattate secondo le regole dello stile osservato ma con una luminosità che sembra davvero aprire la strada alla grande epoca del pieno Settecento europeo. Santa Cecilia è la protettrice della musica e naturalmente anche Emilia Gubitosi le era particolarmente legata: già dal novembre del 1928, con repliche nel 1952 e nel 1960, la compositrice inserì nei programmi della Scarlatti l’esecuzione dell’ Inno a Santa Cecilia da lei stesso diretto.

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