Note di sala Concerto n. 11

Note di sala
di Carlo Pontorieri*

Durante la stagione concertistica 2018/2019 una quota i programmi di sala dei concerti saranno affidati a esponenti della società civile ovvero appassionati e competenti di musica non addetti ai lavori. Tra loro ci saranno artisti, scrittori, giuristi, ingegneri. Carlo Pontorieri è giurista e storico delle istituzioni politiche presso l’Università Parthenope

Il concerto di stasera ci riporta al rapporto tra musica e visione, tra immagine vera e propria e immaginazione musicale, tra le diverse dimensioni della percezione, attraverso differenti intersezioni, confluenze, declinazioni.
Il programma scelto dal M° Davide Cabassi è infatti suggestivo: partendo dallo Schumann del Carnaval e delle Kinderszenen, attraverso una significativa digressione nel ‘900 a noi più prossimo, con Niccolò Castiglioni, torna infine indietro nel tempo col monumento pianistico costituito dai Quadri da un’esposizione di Mussorgskij (sarà interessante poi vedere anche quali saranno i bis scelti per questo concerto dal pianista milanese, se per analogia o contrasto).
Il Carnaval: scènes mignonnes sur quatre notes per pianoforte, op. 9, fu scritto da Robert Schumann tra il 1834 e il 1835: come già nei Papillons si sente forte l’eco delle letture da Jean-Paul ed E.T.A. Hoffmann, che il compositore aveva amato a partire dall’epoca in cui alternava lo studio del pianoforte a quello della giurisprudenza a Lipsia, dove fu allievo di Anton F. J. Thibaut, famoso nella storia del diritto per la sua polemica sulla codificazione con Karl F. von Savigny, e che lo stesso Schumann avrebbe poi ricordato nelle sue Musikalische Haus- und Lebensregeln, pubblicate nel 1850.
Il Carnaval è una raccolta di venti piccoli pezzi, che si muovono quasi tutti attraverso un principio di variazione sulle note La, Mi bemolle, Do, e Si – A S C H secondo la denominazione tedesca – in onore della piccola cittadina di Asch e mutuando il metodo da J.S. Bach. Si tratta di “piccole scene”, una fantastica successione di brevi ritratti di personaggi e maschere, attraverso i quali Schumann propone i temi tipicamente romantici dell’instabilità dell’io, dello sdoppiamento della personalità, del travestimento, dell’imitazione dello stile, della maschera, appunto, con sapiente ironia e leggerezza. Sono questi gli anni infatti in cui la produzione schumanniana comincia a presentare come proprio tema la scissione della personalità dell’autore tra Florestano, uomo magmatico e attivo, ed Eusebio, personaggio assai più sognante e passivo. Chiude l’opera la “Marcia della Lega dei Fratelli di Davide contro i filistei”, in cui Schumann immaginò riunita la comunità di musicisti e appassionati suoi amici, con intenti rivoluzionari rispetto al mondo e al gusto dominante.
Ancora piccole scene musicali sono le Kinderszenen op. 15, pubblicate nel 1839, nelle quali Schumann si volge indietro al mondo dell’infanzia con queste 13 brevi composizioni per pianoforte, aperte dall’incantato tema di Von fremden Ländern und Menschen (Da paesi e genti lontane) e chiuse quasi aforisticamente ma in modo solenne dall’evocazione musicale delle parole di un poeta: Der Dichter spricht. È interessante che il richiamo al mondo della fanciullezza agisca nell’opera schumanniana come elemento mitopoietico, che si esprime nella apparente semplicità dei temi e delle soluzioni (il più famoso di tutti è certamente il brano Traumerei), ma si tratta di un’opera scritta per mani grandi, per un esecutore adulto, a differenza del successivo Album für die Jugend.
Con Dulce Refrigerium – Sechs Geistliche Lieder Für Klavier del 1984 di Niccolò Castiglioni (Milano 1932 – 1996) ci ritroviamo catapultati invece nella seconda metà del ‘900. L’opera appartiene alla tarda produzione del musicista milanese, che ha attraversato i più importanti stili e correnti novecentesche, anche con un’esperienza a Darmstadt, per giungere infine a uno stile estremamente libero, che non rinnega le avanguardie né si piega alle mode del momento, in modo personalissimo e straordinariamente interessante. Nelle composizioni di Castiglioni spesso si rinviene il legame tra visione e immaginazione musicale, soprattutto attraverso il richiamo al mondo della natura. Altrettanto importanti sono tuttavia nell’opera del compositore milanese anche gli accenti religiosi e spirituali. In questo Dulce refrigerium, che si richiama appunto al Veni Sanctus Spiritus, articolato in sei piccoli brani per pianoforte (la matrice sembrano essere i Sechs kleine Klavierstücke op. 19 di Arnold Schönberg), lo stile diventa aforistico, le note vibrano nel silenzio, elemento non secondario della stessa composizione, dominata da un’atmosfera mistica. Interessante che nel Choral, che chiude la successione dei brani, Castiglioni riprenda sì la tonalità, attraverso una successione di terze, ma senza che essa sembri altro da ciò che è: non un recupero “ideologico”, neppure una citazione postmodern o una concessione minimalista, piuttosto il frutto di una necessità espressiva di ascetica semplicità.
La seconda parte del concerto è interamente dedicata ai Quadri da un’esposizione di Modest Mussorgskij: suite famosa non solo perché ormai banco di prova di intere generazioni di pianisti, ma anche per la sua versione per orchestra, realizzata da Maurice Ravel nel 1922. Si tratta di una composizione ampiamente penetrata anche nella cultura di massa attraverso la sua riproposizione in forma rock-progressive negli anni ‘70 da parte del trio Emerson, Lake and Palmer. Nei Quadri, come si può immaginare fin dal titolo, il tema della visione è assolutamente centrale: la suite fu infatti scritta dall’autore nel 1874, a seguito della mostra allestita in memoriam di Viktor A. Hartmann, grande amico del musicista, morto improvvisamente per un aneurisma. Ed è interessante che nel 1928, un altro pittore, Vassilly Kandinskij, nell’ambito delle attività del Bauhaus a Dessau, mise in scena a sua volta una sua versione teatrale della composizione di Mussorgskij.
La composizione è articolata in 15 brani: 10 quadri e 5 promenade. L’autore evoca infatti l’immaginaria visita di uno spettatore alla mostra di Hartmann, incluse le necessarie passeggiate da un quadro all’altro (ma è da ricordare che Promenade è anche il titolo di uno dei brani che compongono il Carnaval di Schumann). La musica di Mussorgskij, come molti intellettuali del suo paese in quel tempo, non solo musicisti, si muove alla ricerca dell’anima e delle forme popolari russe: il risultato è l’uso ricorrente di dissonanze, ritmi inconsueti – a partire dalla Promenade di apertura, scritta in originale in 11/4 – con un pianismo spesso percussivo, che spalanca le porte al pianoforte del Novecento.
Il mondo celebrato dai Quadri oscilla tra il grottesco di Gnomus e Baba Jaga all’evocazione della vita e della condizione contadina; un quadro ci riporta agli shtetl in Polonia, con la rappresentazione del curioso incontro tra il ricco Goldenberg e il povero Schmuÿle – quasi un racconto yiddish; è inevitabile la riflessione sulla morte, con Catacombae, che porta significativamente come sottotitolo: cum mortuis in lingua mortua; chiudendosi maestosamente con la Grande Porta di Kiev.

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