Note di sala Concerto n. 14

L’esordio napoletano di Hasse, il miglior allievo di Alessandro Scarlatti
di Dinko Fabris*

In quella sognante notte di fine estate del 1725 due carriere agli esordi si incrociarono nel casino di campagna del Consigliere Regio Carlo Carmignano, dove venne rappresentata la Serenata Marc’Antonio e Cleopatra per festeggiare il compleanno dell’imperatrice d’Austria. Carlo Broschi, ventenne, dopo gli intensi anni di studio del canto con Porpora aveva già esordito dal 1722 in una serie di opere in musica rappresentate tra Napoli e Roma, ma non era ancora il “Farinelli” entrato nel mito. Si può dire che il vero inizio della folgorante carriera, che lo avrebbe portato ad essere il castrato più ammirato di tutti i tempi, sia avvenuto a ridosso della esecuzione del 1725 di cui fu testimone il flautista tedesco Johann Joachim Quantz. Questi era arrivato a Napoli l’anno precedente con il desiderio di conoscere il grande Alessandro Scarlatti, al quale venne introdotto dall’altro esordiente di cui parla la nostra storia, Johann Adolf Hasse, che si era a sua volta trasferito a Napoli dalla nativa Sassonia nel 1722 per studiare con il Palermitano. Anche Hasse, che come Händel era stato introdotto all’opera italiana ad Amburgo da Kaiser, aveva già avuto il suo esordio artistico qualche anno prima in patria con l’opera “Antioco” in cui cantava e dirigeva dal cembalo. Ma il viaggio in Italia doveva cambiare il corso della sua carriera. A Napoli Hasse aveva avuto lezioni dallo stesso maestro di Farinelli, Porpora, prima di conquistare la fiducia dell’anziano Scarlatti che ebbe un ruolo decisivo nella sua maturità artistica. Pochi mesi dopo l’esecuzione di Marc’Antonio e Cleopatra, il 22 ottobre 1725, Alessandro Scarlatti concluse la sua esistenza terrestre lasciando Hasse come il suo più autorevole alunno ed erede (sembra che il figlio Domenico Scarlatti non abbia potuto mai avere lezioni regolari dal padre troppo impegnato in lavori continui per mantenere la famiglia numerosa). Il gioco di incroci casuali delle esistenze di tanti protagonisti della musica europea della prima metà del Settecento avrebbe potuto coinvolgere anche Faustina Bordoni, la cantante che aveva avuto a Napoli il suo debutto trionfale nelle stagioni 1722-23 e che più tardi Hasse sposò a Venezia: ma la “nuova sirena” aveva già lasciato Napoli e nel 1725 si apprestava a raggiungere a Londra la compagnia di Händel. Al fianco di Farinelli in Marc’Antonio e Cleopatra si esibì invece un’altra celebre diva di quel secolo, il contralto Vittoria Tesi detta “la Moretta”, che fu poi a lungo tra gli interpreti preferiti di Hasse. La Tesi era nata a Firenze da un “moretto” servitore del cantante castrato di corte Cecchino De Castris ed era probabilmente di colore come suo padre (lo si vede nelle caricature di Crespi): la prima importante cantante nera della storia della musica, come suggerisce Raffaele Mellace. Dopo averla ascoltata in Marc’Antonio e Cleopatra, Quantz così ne descrisse le capacità vocali: “La Tesi è dotata di una forte voce maschile di contralto. Nel 1719 cantò a Dresda alcune arie, che si solevano affidare ai bassi. Oltre a ciò essa mette una graziosa adulazione nel canto. La sua voce è molto estesa. Per lei non è fatica il canto alto o basso. Sembrava nata per rapire gli spettatori con l’azione, specialmente nelle parti da uomo, che eseguiva nel modo più naturale.” E difatti nella Serenata di Hasse il pubblico assistette ad una inversione dei ruoli che oggi stupirebbe, favorita dalla presenza come co-protagonista di un castrato: era quest’ultimo, Farinelli, ad interpretare la parte femminile di soprano come Cleopatra en travesti, mentre alla Tesi era toccata la parte maschile del tribuno romano Marc’Antonio, peraltro con salti verso il grave piuttosto ardui.
L’occasione celebrativa che il consigliere Carmignano intendeva festeggiare rappresentando la Serenata nella sua tenuta di campagna era il compleanno della imperatrice Elisabetta Cristina, moglie dell’imperatore Carlo VI, e per un evento “politico” di tale rilievo fu presente l’intera corte napoletana con il viceré-cardinale Michele Federico d’Althann. Non si trattava dunque di un divertimento estivo qualunque e il successo dello spettacolo ebbe conseguenze decisive sulla carriera di tutti i protagonisti di cui abbiamo parlato. Soltanto il librettista, Francesco Ricciardi, non sembra aver poi proseguito la carriera poetica, ma si trattava piuttosto di un uomo di teatro esperto più di organizzazione che di rime (era stato impresario del teatro dei Fiorentini e sarà più tardi amministratore del teatro di San Bartolomeo). Eppure i semplici versi bastano ad Hasse per creare il suo primo autentico capolavoro drammatico.

Della Serenata conosciutamo un solo manoscritto, opera di un copista che si firma: “scripsit Carolus Joseph Brauner tunc temporis musicus regius 1727 Napoli” : anch’egli di origine germanica, doveva dunque essere al servizio della cappella reale napoletana ma il suo nome non risulta nei documenti noti. Il manoscritto entrò un secolo più tardi nella raccolta di Raphael Georg Kiesewetter, uno dei più importanti collezionisti di musica antica nella Germania del primo Ottocento, che è stata poi acquisita dalla Biblioteca Nazionale di Vienna dove il manoscritto è oggi conservato (collocazione: Kies. SA.68.B.33). Sulla copertina è indicato come titolo Antonio e Cleopatra (come nel testo di Shakespeare) , ma il frontespizio reca la dicitura utilizzata da Hasse di Marcantonio e Cleopatra e così è sempre stata indicata la composizione. Nel 2001 ne è stata pubblicata a cura di Reinhard Wiesend l’edizione critica nella serie di opere di Hasse della casa editrice Carus di Stoccarda. In questa occasione Antonio Florio ne ha curato una sua personale edizione che tiene conto della sua lunga e profonda esperienza della prassi esecutiva nella Napoli barocca. Essendo una Serenata celebrativa per soli due cantanti e un gruppo strumentale ridotto, è evidente che il compositore deve per prima cosa creare una struttura equilibrata che tenga conto delle qualità vocali dei due straordinari interpreti, ma che evidenzi anche al suo interno l’intento encomiastico nei confronti del potere imperiale. Il soggetto parastorico si presta perfettamente allo scopo: dopo la sconfitta navale inflittagli da Ottaviano ad Azio (avvenuta il 2 settembre del 31 a.C.), Marc’Antonio fugge rifugiandosi tra le braccia dell’amata regina Cleopatra, che inizialmente lo rimprovera per la sua inerzia quasi vigliacca, ma poi comprende che il gioco politico è ormai perduto e a sua volta si getta con disperazione nell’abbraccio dell’amore, che precede il suicidio della coppia. Questa conclusione tragica è ovviamente evitata o sfumata nella Serenata, che si conclude con un parallelo tra le vicende amorose del tempo dell’antica Roma e lo splendore dei tempi presenti con la nuova coppia di eroi innamorati, l’imperatore e sua moglie, destinati a vendicare quei loro sfortunati predecessori.

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