Note di sala Concerto n. 16

Il suono di una storia di Maurizio de Giovanni *

Tempo fa un mio molto autorevole e caro lettore mi confessò che ogni volta che leggeva un romanzo, e rimaneva profondamente colpito da qualcosa, adottava una specie di procedura sonora che trovai davvero interessante. Se un personaggio, un paesaggio, uno scenario o la storia stessa gli dava un’impressione sensoriale, annotava durante la lettura una musica o un suono che la sua immaginazione associava a quel pensiero. Alla fine della lettura si trovava in possesso di una vera e propria playlist, una serie di brani presi dall’altra sua grande passione, quella per la musica.
A quel punto il mio amico procedeva con una seconda più lenta lettura, accompagnata dai pezzi così magicamente coniugati alle parole.
Mi sono spesso chiesto come fare a estrudere i suoni dalle storie. Perché è indiscutibile che i romanzi, come i film e come le opere teatrali, abbiano una colonna sonora. Anzi, a essere precisi almeno due. Se non tre.
La prima è quella che rimbomba nella testa dell’autore. E’ fatta di suoni della strada, di toni della voce dei personaggi che parlano tra loro, di musiche estemporanee che qualcuno ascolta o fischietta in casa o nei pressi delle finestre del luogo dove viene immaginata la storia. Proviene dai ricordi frammentari, dalla memoria interrotta e involontaria, dal passato e dal presente. Non è impostabile, non è preventivabile, non è programmabile. Arriva improvvisa e inevitabilmente orienta la trama, influenzandola insieme a una dozzina di forze occulte che compongono quell’incomprensibile e inestricabile garbuglio che chiamiamo ispirazione.
La seconda è quella che la lettura produce nel lettore. Attivando sinapsi e ritrovando collegamenti, ripercorrendo strade segrete che misurano il coinvolgimento nella storia. Perché se è possibile distrarsi davanti a uno schermo o a un palcoscenico, visto che a cinema o a teatro si può pigramente deconcentrarsi andando sui social o assecondando le chiacchiere ancorché discrete di qualcuno, ciò non può accadere nella lettura. O si legge, o si pensa ad altro.
Per questo semplice motivo, è il lettore molto più di qualsiasi spettatore a comporre la colonna sonora del romanzo. Come il mio amico, pur non raggiungendo la perversione della rilettura musicata, chi legge mette insieme i rumori e le melodie giuste per lui stesso, accompagnando con le orecchie dell’anima il flusso delle parole.
La terza possibile colonna sonora non ce l’hanno tutti. Pochi, pochissimi raccontatori di storie hanno avuto la fortuna di poter ascoltare l’effetto dei propri sogni, e qualche volta dei propri incubi, dal vivo. Succede quando si ha il beneficio della sorte di essere letti, col senso riposto del grande artista, da un musicista: da uno che è abituato a pensare e sentire in forma di note, che è in grado di tirar fuori il senso musicale della trama, di accompagnare con scale e arpeggi il cammino di un personaggio, l’incontro con un panorama, la struttura di un sentimento.
Si tratta di vera e propria magia. L’autore si siede e ascolta se stesso scrivere, i propri personaggi prendere forma e vita senza essere interpretati da un attore, che per quanto bravo è e sarà sempre altro da quello lo scrittore che aveva immaginato. Attraverso una musica, melodie e pause, interruzioni e riprese, gli strumenti raccontano a chi l’ha pensata la sua stessa storia.
Ho avuto molte fortunate esperienze. Le mie storie sono state rappresentate in molte forme, cinema, televisione, teatro, fumetti. Ma mai, mai ho riconosciuto il percorso della mia immaginazione, così com’è nata all’interno del mio cuore, come mi accade ascoltando la musica che i personaggi hanno ispirato a chi di musica vive, e in musica pensa.
E questo, credete a me, vale più di qualsiasi premio letterario.

* Questo testo non può  essere riprodotto, con qualsiasi mezzo analogico o digitale, in modo diretto o indiretto, temporaneamente o permanentemente, in tutto o in parte, senza l’autorizzazione scritta dell’autore o della Associazione Alessandro Scarlatti.