Note di sala concerto n. 22

Note di sala
di Simone Ciolfi*

Negli anni Cinquanta il formalismo dell’avanguardia è stato un cimento necessario all’emancipazione dei compositori cresciuti all’ombra del comunismo. Tale formalismo era giudicato eversivo dalla politica culturale dominante, sempre orientata a coinvolgere il popolo come massa e mai come singolo. Tuttavia, dagli anni ottanta la tendenza si inverte: Pēteris Vasks, attratto in gioventù (è nato nel 1946) dagli esperimenti dell’alea, si affrancò da questo ambito grazie al bisogno di recuperare una visione più organica e vitale della musica. Nelle sue composizioni, Vasks si serve dell’armonia tradizionale, anche se i passaggi lirici vengono a volte sposati a dolorose dissonanze o interrotti da sezioni di carattere statico. Talvolta, Vasks utilizza tecniche di stampo minimalista, ma il suo stile ha ormai caratteri personali, non inquadrabili in una precisa corrente. I glissando iniziali, seguiti da un cenno melodico che sa di frammento, di canto interrotto, sono il tratto che perveade Distant Light per violino e orchestra scritto per il violinista Gidon Kremer nel 1997. L’evocazione del ghiaccio, del freddo e della distanza, cifra paesaggistica e spirituale dei compositori nordici, si sposa a echi del canto folkloristico nordico. La magica e crepuscolare atmosfera, supportata dall’evanescenza degli archi, lascia protagonista un violino che interpreta con onirica tenerezza un discorso intimo col pubblico. L’orchestra lo supporta discretamente, con moti di riflessione pacata, misteriosa. Il tessuto sonoro sfocia verso metà partitura in una preghiera appassionata, fino alla comparsa di una saltellante melodia popolare. La natura popolareggiante del violino è qui più che mai esaltata. Il tutto nel segno di una modernità che guarda con intelligenza al presente e all’interiorità, più che a una pressante esigenza di progresso e di futuro, tipicamente avanguardistica. Sorprende in Distant Light la rapida alternanza tra moti agitati dell’ensemble orchestrale e improvviso ritorno della dimensione sognante. Il taglio è netto, sembra non esserci mediazione tra i due universi. L’essenza tragica di questo contrasto è un elemento di notevole interesse nell’ambito dell’espressione musicale contemporanea. Raramente echi cinematografici attraversano la partitura solo per creare contrasto con l’astrazione della dimensione colta, originando un altro interessante contrasto espressivo.
Influenzato dalla cultura illuminista, estimatore della letteratura e della filosofia francese della sua epoca, Giuseppe II fu imperatore d’Austria dal 1780 al 1790. Durante il suo regno nacquero le principali opere del teatro musicale mozartiano. Pur nei limiti delle esigenze di un vasto impero, Giuseppe II si adoperò per lo sviluppo di una sensibilità sociale basata su un modello culturale che aveva caratteri di tolleranza e di finezza psicologica. Il coraggio e l’istinto libertario che animavano la produzione artistica di questo periodo, in Austria come altrove, si fondavano sul razionalismo di origine cartesiana che aveva pervaso molta della cultura settecentesca e che aveva interesse nel conoscere l’essere umano nei suoi aspetti sia fisici sia spirituali. L’attenzione per i moti dell’anima, per la cangiante natura delle emozioni, la riflessione sui sentimenti considerati come vera fonte di civiltà e come rivelatori delle ambiguità e dei soprusi verso il singolo e verso la società, sono tutti aspetti che ritroviamo nella “folle giornata” vissuta dai protagonisti delle Nozze di Figaro. Scritta da Pierre-Augustin De Beaumarchais nel 1778, La folle journée ou Le mariage de Figaro fu messa all’indice dei testi vietati dallo stesso Giuseppe II per la sua carica trasgressiva e per la pericolosità sociale (vi si raccontano tradimenti e travestimenti, vi si criticano i privilegi della nobiltà, i servi vi appaiono più savi dei padroni). Mozart e Da Ponte riuscirono però a convincere l’imperatore (e forse non faticarono molto) del fatto che la commedia, purgata dei suoi aspetti politicamente più discussi, fornisse una trama dinamica e nuova per un’opera buffa. Così, scritta la partitura tra l’ottobre del 1785 e l’aprile del 1786, Le nozze di Figaro venne rappresentata il 1° maggio del 1786 al Burgtheater di Vienna. L’ouverture piega gli stilemi d’apertura tradizionali alle esigenze del dramma e prefigura ciò che andremo a vedere e ad ascoltare. Il serpeggiante unisono iniziale, con le sue fermate e le sue rapide scale, simboleggia la tensione giocosa del dramma e l’astuzia sottile di molti personaggi che animano l’intricata vicenda. Segue una gioiosa perorazione a piena orchestra e il ritorno del tema iniziale, questa volta scandito dall’intervento dei fiati. Il ritorno della fanfara in crescendo inaugura una trama sonora fatta di fragorose scale discendenti e ascendenti, frammenti ritmici più volte iterati e conclusi solo dopo calibrati inceppamenti, scherzose insistenze su alcuni intervalli specifici, melodie sobbalzanti e cariche di energia, tutti elementi che fanno di questa ouverture un travolgente meccanismo comico.
Il celebre Concerto di Aranjuéz, scritto dal compositore e pianista spagnolo Joaquin Rodrigo (1901-1999), si ispira anch’esso, come Distant Light di Vasks, alla forma storica del concerto solistico per orchestra in tre movimenti, ma il solista è qui una chitarra e la finalità della composizione è l’evocazione di un’ambientazione naturale e monumentale: si tratta del palazzo reale e del parco di Aranjuéz, residenza primaverile costruita nel XVI da Filippo II nei pressi di Madrid e modificata da Ferdinando VI nel Settecento. Rodrigo vi intese evocare, come egli disse, «la fragranza delle magnolie, il canto degli uccelli e il fragore delle fontane» dei giardini di Aranjuéz. Secondo il compositore, il primo movimento è «animato da una forza ritmica e da un vigore pur interrompendo talvolta il suo implacabile ritmo». Il secondo movimento «rappresenta un dialogo tra la chitarra e gli strumenti solisti», mentre l’ultimo movimento «ricorda un ballo che nella combinazione di ritmo doppio e triplo dà vita a una notevole tensione». Scritto nel 1939 a Parigi in un momento di grande tensione causato dalle minacciose vicissitudine belliche, il Concerto di Aranjuéz è pura nostalgia della bellezza e speranza che essa torni a colorare un mondo reso barbaro da tanti orrori.

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