Note di sala – Concerto 16 novembre 2017

Note di sala

di Simona Frasca*

 

“Il violino è parte integrante del mio corpo, come se fosse mio figlio” così si espresse Viktoria Mullova durante un’intervista alla tv britannica, e con quell’affermazione si univa alla estesa comunità dei violinisti consapevoli e concordi nel considerare lo strumento una propaggine del loro stesso corpo. Negli anni sono poi arrivati tre figli in carne ed ossa ad ampliare lo spettro affettivo di questa musicista dallo sguardo malinconico nata negli anni della guerra fredda a Mosca, città che lasciò a 24 anni nel 1983 per vivere e condurre la sua carriera professionale al di qua di quella che un tempo era la cortina di ferro. L’imprinting russo sovietico è stato determinante nella vita della Mullova tanto che nel 2012 lei stessa fu autrice di un libro “From Russia to love”, una dichiarazione postuma dedicata al suo paese natale nella quale rivela la paura e il silenzio che negli anni giovanili l’avevano spinta a diventare una rifugiata prima in Svezia, successivamente negli Stati Uniti e poi ancora in Europa. Lontano da casa, una volta trascorso il tempo necessario, riemerse l’attrazione ancestrale per il suo paese e seppe superare la frustrazione e la solitudine che l’avevano accompagnata a lungo. Il suo raro talento l’ha portata negli anni ad eccellere nella riproposizione del grande repertorio violinistico, Bach innanzitutto, ma anche ad affrontare la musica contemporanea e i repertori legati alle culture musicali popolari ed extraeuropee come quello ucraino con l’album “The Peasant Girl” e  brasiliano con “Stradivarius in Rio”.

Con il suo violino, il violoncello di Matthew Barley, le percussioni di Paul Clarvis e la chitarra di João Luís Nogueira Pinto percorreremo questa sera proprio una delle più recenti peregrinazioni della violinista russa nei territori della musica non classica che vede protagonista la cultura musicale del vasto subcontinente americano. Il titolo del disco e del concerto riassume perfettamente l’idea che sottende il progetto, ovvero avvicinare l’approccio, la sensibilità tecnico-musicale e la prassi esecutiva classica al mondo della canzone popolare brasiliana; la quintessenza della pratica violinistica esercitata su uno Stradivari del 1723 e trapiantata nel colorismo musicale brasiliano. Parliamo dunque di canzoni e nello specifico di un’antologia di canzoni tratte da uno dei più ricchi repertori moderni, alle quali mancano le parole. Scelta coraggiosa perché ciò che ascolteremo questa sera è nient’altro che musica. In questo viaggio suggestivo e personalissimo trovano posto canzoni di compositori/interpreti attivi oggi come i chitarristi e compositori Claudio Josè Moore Nucci e Carioca Freitas, Sueli Correa Costa, autrice carioca di successo a partire dagli anni settanta, la più nota Marisa Monte, interprete di effervescente talento e cultura musicale; e autori nati alla fine dell’800 come Henrique Vogeler, qui con il popolare Linda Flor (Ai Yoyo), un raffinato canto d’amore, e Zequinha de Abreu, alla cui penna si deve il celeberrimo Tico Tico no Fubà, pimpante e virtuosistico chôro del 1917. Tra queste due stagioni della musica brasiliana Viktoria Mullova colloca Waldir Azevedo, virtuoso di cavaquinho, promotore con la sua orchestra della imponente diffusione della musica brasiliana fuori dai confini latino-americani negli anni cinquanta e sessanta e Pixinguinha, tra i più prolifici compositori di chôros.

Al centro di questo intenso crossover dalla evidente propensione ludica non poteva mancare l’omaggio al padre del tropicalismo con Caetano Veloso e a Arnaldo Baptista, celebre per la sua lunga militanza in una delle band brasiliane più note di rock psichedelico Os Mutantes. Cresciuti all’ombra della brit invasion degli anni sessanta, Veloso e Baptista si ritrovarono in sintonia con i tempi e con tutti i cambiamenti che stavano interessando il Brasile e l’America latina pur senza rifiutare la tradizione. Quella raccontata dalla musica di Caetano Veloso fu una realtà in piena euforia in cui i ritmi e i colori si coniugavano secondo quel modello di sincretismo tipico della cultura brasiliana, una nuova fusione che pagò con l’esilio negli anni della dittatura militare. Veloso dette la stura al movimento tropicalista alla cui attitudine gioiosa guarda questa sera Viktoria Mullova con il suo ensemble pur se sceglie di eseguire un brano del compositore bahiano scritto molti anni dopo l’avventura tropicalista.

Il podio per numero di brani eseguiti spetta a Antonio Carlos Jobim, formalmente riconosciuto come l’inventore della bossa nova. L’esecuzione di quattro pezzi a sua firma Dindi, Chovendo na Roseira, Falando de Amor e Por Toda Minha Vida è una esplicita dichiarazione di amore nei confronti del più grande autore di musica popolare brasiliana, e così spieghiamo, almeno in parte, l’assenza dal programma dell’altro grande caposcuola della musica brasiliana Heitor Villa Lobos.

Il percorso di questa sera pone sotto un unico colpo d’occhio (e d’orecchio) la vicenda culturale di un paese che ha reso la musica un grande campo di battaglia attraverso cui risolvere i conflitti socio-culturali ed etnici. Un contrasto feroce fatto di iperboli, esagerazioni, radicalizzazioni e la musica ha rappresentato l’unico linguaggio comprensibile, degno di legittimità all’interno del paese come all’esterno di esso. Un lavoro collettivo che giunge oggi alla sua forma più compiuta attraverso la fatica del tempo e un impegno costante nel tenere insieme le complesse e stratificate origini africane con le contaminazioni europee. Le tensioni espresse nella poesia urbana si mescolano in un amalgama plastico e duttile in cui ogni sollecitazione sembra trovare quasi naturalmente la sua strada e ricomporre quello che altrove, per esempio nella tradizione europea, pareva impossibile ricomporre, almeno fino a qualche decennio fa. Questo in definitiva sembra oggi il senso della musica popolare brasiliana, costruire un moderno umanesimo che come scrisse Paolo Scarnecchia è il frutto della cultura del più grande paese dell’America del sud, laboratorio artistico, sociale, razziale e biologico; un’officina nella quale i maestri lasciano in eredità ai loro allievi le conoscenze che vengono da questi ampliate e sviluppate e, aggiungiamo noi, talvolta colte nella loro essenza anche da chi proviene molto lontano, dall’altra parte del mondo, da un nord che mai come in questo caso è solo geografico e rintraccia una profonda consonanza attraverso il filo della nostalgia.

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