Note di sala – Concerto n.3

Note di sala

Di Gianluca D’Agostino*

Camille Saint-Saëns, Le Carnaval des Animaux, per due pianoforti e piccola orchestra

Siamo nel regno della musica descrittiva ed umoristica, anzi qui forse si raggiunge l’apice del genere, dacché l’opera riuscì come una delle più popolari del compositore francese, nonché ispiratrice di partiture successive (balletti e film). Fu peraltro un lavoro nato in modo occasionale, composto nel 1886 ad una festa di carnevale a Vienna, di cui proprio per questo l’autore proibì la pubblica esecuzione lui vivente, eccezion fatta per “Il Cigno”, che entrò subito a far parte del suo catalogo ufficiale.

I quattordici brevi brani che la compongono descrivono ciascuno, in modo arguto e con grande attenzione alla timbrica strumentale, le caratteristiche di alcuni animali, associandole per giunta a personaggi del tempo, come in una folgorante galleria musicale di caratteri animaleschi ed umani.

L’ “Introduzione e Marcia reale del leone” è dominata da un tema ben cadenzato che vorrebbe rappresentare il passo sicuro del re della foresta, ma che risente di sonorità tipicamente russe, e che viene esposto prima dagli archi poi dai pianoforti.

“Galli e galline” è espresso da velocissime note ribattute dei violini e da acciaccature del pianoforte, con effetto onomatopeico e parodistico, mentre il seguente “Emioni o asini selvatici” è un “presto furioso” a base di vertiginose scale e arpeggi velocissimi dei pianoforti degni di uno Studio lisztiano, ma dov’è palese l’intenzione di ridicolizzare i virtuosi della tastiera.

“Tartarughe” utilizza un tema ripreso dal celebre Can-can di Offenbach, ma eseguito in una versione lenta e solenne: l’intenzione doveva essere parodistica, ma l’effetto finale, con le armonie modulanti e nient’affatto banali, è decisamente ricercato. “Elefante” è invece un valzer su accompagnamento di pianoforte e tema al contrabbasso che cita la Danza delle silfidi da Berlioz, con intento caricaturale (le “silfidi” appesantite come pachidermi).

“Canguri” è un altro semplice bozzetto descrivente i salti degli animali con acciaccature, mentre il successivo “Aquarium” sfrutta un tema dal carattere misterioso e impalpabile, eseguito dagli archi nel registro acuto su delicati arpeggi del pianoforte.

In “Personaggi dalle orecchie lunghe”, un’allusione ai critici musicali, si gioca sull’alternanza di note acute e gravi, riproducenti il raglio asinino, mentre nel “cucù nel bosco profondo” il clarinetto esegue un reiterato “cucù” su accordi del pianoforte, ed in “Voliera” il flauto realizza un delicatissimo arabesco quasi trillante.

“Pianisti” ripropone il repertorio di scale e studi elementari che si fanno eseguire ai principianti dello strumento, invece “Fossili” gioca sull’auto-citazione (il tema della Danse macabre dello stesso autore), oltre che su citazioni di arie rossiniane.

Chiudono l’opera, il “cigno”, celeberrima romanza in sol maggiore con la melodia al violoncello, sulla quale Fokine basò la sua altrettanto celebre coreografia (La morte del cigno, 1905), ed il “Finale”, dove vengono ripresi alcuni temi già ascoltati.

Francis Poulenc, L’ Histoire de Babar, le pétit élephant melologo per pianoforte e voce recitante

Le biografie narrano che Francis Poulenc (1899-1963) s’imbatté nell’Histoire de Babar – favola dell’elefantino orfano che diventa dandy, scritta da Jean de Brunhoff nei primi anni Trenta e presto divenuta un classico per ragazzi – durante l’estate del 1940, quando il compositore si trovava presso parenti nella villa di Brive-la-Gaillarde. Per una sorta di curiosa coincidenza ‘elefantiaca’, in quegli stessi, terribili anni di guerra Stravinsky musicava la Circus Polka: for a Young Elephant, e Disney girava il suo celebre film d’animazione Dumbo.

La casa di cui era ospite Poulenc era piena di bambini, tra nipoti e cuginetti, e proprio da loro giunse al compositore la proposta-sfida di musicare la storia del simpatico animaletto, ponendogli sul leggio il libretto graziosamente illustrato. Impossibile sapere come suonassero le prime note che furono improvvisate davanti a quel giovanissimo ma già esigente pubblico. Certo è che per completare l’opera egli impiegò tutto il quinquennio bellico e che solo nel ‘45 poté scrivere al baritono Pierre Bernac, con cui aveva già formato un indissolubile sodalizio artistico: «Ho completato l’abbozzo del mio Babar e sto per cominciare a ricopiare: penso che sarà spassoso. La difficoltà è di non realizzare una serie di piccoli pezzi staccati, ma una sorta di mosaico».

La prima esecuzione fu nel giugno 1946, con Bernac narratore, e la pubblicazione tre anni più tardi, più o meno contemporaneamente a lavori basati su testi molto più impegnativi (Les mamelles de Tirésias, la Figure humaine, ma anche Montparnasse-Hyde Park, o le Chansons villageoises).

Ecco come la storiella si trasfonde in musica. L’elefantino Babar, costretto a lasciare la giungla dopo che un cacciatore gli ha ucciso l’adorata mamma (splendida qui la Berceuse della madre al figlio), si rifugia in città, dove tutto è nuovo e sfavillante ai suoi occhi. Qui una ricca madame lo adotta e lo riempie di attenzioni e regali. Ma lui è comunque infelice perché gli mancano sia la sua infanzia (tema cromatico del ricordo della madre) sia i suoi cugini, Arturo e Celeste, che tuttavia un giorno Babar ha la fortuna di rincontrare, essendosi anch’essi avventurati in città. Con loro Babar, dopo aver trascorso ore spensierate (valse-musette del pasticcino), decide di tornare nella foresta, lasciando la vecchia signora (tema “lento e malinconico”, con un alone di pedale molto raveliano). Lì nel frattempo il re degli elefanti è morto e occorre nominare il successore, e la scelta ricade proprio su Babar, che in quel momento sta giungendo a bordo della sua fiammante cabriolet; egli accetta, ma solo se anche Celeste, con la quale si è nel frattempo fidanzato, sarà nominata regina. E così avviene: i due sposi vengono condotti (marcia nuziale su forti accordi staccati) al matrimonio e all’incoronazione, a cui segue un ballo sfrenato (polka ballabile). Al termine, re e regina si congedano pregustando la futura felicità (notturno in stile chiaro di luna), mentre tutti gli invitati tornano a casa, stanchi e soddisfatti.

Si tratta dunque di uno spartito brillante e godibilissimo, dove il ‘mestiere’ del pianista-virtuoso, con il ricorso a soluzioni timbrico-armoniche quasi automatiche, fa spesso capolino, e dove è forte l’influenza dello stile ballabile e popolare del music-hall e del cabaret, che furoreggiava nella Parigi tra le due Guerre (e durante la Seconda). In questo senso il rischio, paventato dallo stesso autore, di realizzare dei “pezzi staccati”, che per giunta indulgessero al descrittivismo, non è del tutto scongiurato. D’altronde, l’eleganza formale (le calcolatissime geometrie del fraseggio, ad esempio), la sofisticatezza armonica e la disinvolta ma pregnante cantabilità, appaiono cifre dello stile più evoluto di Poulenc.

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