Stagione Concertistica 2019/2020 Quinto concerto

Drink up, dreamers , prima esecuzione assoluta

NOTE DI SALA
di Simona Frasca*

A proposito di alcune registrazioni di canzoni napoletane realizzate a New Orleans, lo studioso e discografico inglese Brian Rust affermava che nessuno che nutrisse interesse per il jazz poteva permettersi di ignorare qualsiasi musica del folklore, così si diceva un tempo, tanto strettamente collegata alla tradizione di New Orleans come quella napoletana. In questo modo alla fine degli anni Quaranta del Novecento Rust aveva sottolineato le similitudini di temi, forme e spiritualità tra la cultura musicale partenopea e quella sincopata di New Orleans.
A distanza di decenni Maria Pia De Vito ha ribadito questo rapporto in un’accezione ancora più ampia facendo di questo amalgama la sua cifra stilistica per molti anni. È proprio di questo intreccio di repertori che cominciamo a parlare nel breve scambio di battute che segue e con le quali presentiamo il concerto di questa sera dal titolo Drink up, dreamers, anteprima dell’imminente prossima uscita discografica della jazzista.
Sin da quando negli anni Novanta hai messo in piedi il tuo felice percorso sulla canzone napoletana insieme a Rita Marcotulli con Nauplia hai fatto i conti con qualcosa di importante e in qualche modo ingombrante che tu definisci con la parola inglese legacy, eredità. Per una musicista napoletana che affronta repertori in apparenza lontani dalla tradizione di appartenenza, come il jazz, la musica indiana e brasiliana, e che poi ad essa fa ritorno, che significa il termine eredità?
Il mio riferimento a questa parola è dato inizialmente da ragioni anagrafiche. Sono nata a Napoli e durante la mia adolescenza sono entrata in contatto con la musica rinascimentale e popolare napoletana attraverso Roberto De Simone e la Nuova Compagnia di Canto Popolare. Allo stesso tempo ero immersa nel magma sonoro delle canzoni classiche cantate in casa e per strada mentre spuntavano Napoli Centrale e Pino Daniele. Un destino che mi ha travolta in tutta la sua complessità e diversità di spunti, linguaggi e strumenti. Il napoletano del Rinascimento, il napoletano di Pino Daniele, quello di Eduardo De Filippo e di Raffaele Viviani, una miniera d’oro, un’eredità gigantesca. A 19 anni poi è arrivata la folgorazione del jazz attraverso Ella Fitzgerald, una chiamata irresistibile alla libertà e allo sfrenamento vocale. Ho studiato ed eseguito quasi esclusivamente jazz in inglese e/o improvvisazione free dal 1981 al ‘94. Ho imparato che nel jazz la legacy, il rispetto e la venerazione per i maestri sono una cosa importantissima. Per me il jazz è diventato una seconda lingua, una seconda natura in cui riconosco i miei maestri. Dal ‘95 in poi, dal disco Nauplia, ho capito che non avrei mai potuto continuare a tenere in soffitta un giacimento di oro e pietre preziose, le moresche di Orlando di Lasso come la musica di Viviani, le villanelle e i madrigali insieme alle canzoni e ai versi di Salvatore Di Giacomo e Libero Bovio, le voci di Roberto Murolo e quelle di Concetta e Peppe Barra.
Questa sera il viaggio e la sperimentazione continuano alla scoperta e riproposizione di un’altra importante stagione della musica americana quella rappresentata dai cantautori folk e rock a partire dagli anni Settanta. Sul palco risuoneranno sotto una nuova veste i brani di Bob Dylan, Tom Waits, Joni Mitchell, Crosby & Nash e altri ancora. Cosa ha da dire il rock d’autore americano e inglese ad una musicista che viene da altre tradizioni?
Quando lavoro sulla tradizione o sui cantautori in lingua inglese, mi piace seguire un filo logico, pensare ad un concept album piuttosto che ad una collezione di canzoni. Così fu per Mind the Gap, il mio disco del 2009, così ora per questo disco in uscita. Ho scelto di seguire un filo narrativo, che è quello della caduta delle illusioni, dei sogni, di cosa diventiamo e come ci comportiamo dopo un tale accadimento. Il titolo del concerto Drink, up, dreamers è tratto dal profetico brano di Peter Gabriel Here comes the flood: “Drink up, dreamers, you’re running dry” [Bevete sognatori, state rimanendo a bocca asciutta] che in maniera visionaria, onirica e quasi tattile, preconizza di decenni l’alluvione mediatica e l’iperconnettività che caratterizza il nostro vivere quotidiano. Assistiamo ad esplosioni di aggressività, siamo testimoni di cose che accadono da ogni parte del mondo, orribili o stupende ed è difficile rimanere in equilibrio, bisogna avere forza e concentrazione.
In questo tributo non poteva mancare Joni Mitchell, una musicista purissima, di vocalità incantevole e di tale originalità poetica e di scrittura musicale da poter stare al fianco di Crosby e Nash, eroi della scena West Coast degli anni Settanta, e di maestri del jazz fusion come Jaco Pastorius e Wayne Shorter. Ho incluso brani riflessivi come Be Cool, Moon at the Window, Chinese Cafè, scritti da una musicista che tira le somme, anche amare, su cosa una donna adulta, di 50 o 60 anni come me vive o si trova ad affrontare. Ma vi è anche Carey che insieme a The Lee Shore di Crosby & Nash, parla dei sogni di giovani che giravano il mondo con un sacco a pelo, e che immaginavano isole lontane dove sfuggire alla chiamata della guerra del Vietnam.
Di Bob Dylan ho amato prima la poesia che la musica. Trovavo la sua musica respingente, per la sua voce aspra e poco articolata melodicamente. Ma leggendo i suoi testi ne ho sentito la potenza poetica. Per questo disco ho scelto Simple Twist of Fate. E’ l’unica canzone inclusa nel disco in uscita che parla della disillusione d’amore. Alla luce di quanto viviamo oggi, è forse la più innocua delle illusioni, per quanto da secoli sia l’argomento preferito per parlare di emozioni. Tom Waits, poeta e voce degli ultimi, degli sbandati, delle storie al limite, è presente con un brano da lui scritto per Rickie Lee Jones e da lui mai registrato Rainbow Sleeves. E’ una piccola magnifica canzone che parla di altruismo, di offrirsi come braccio all’amico che sta male, che ha perso l’equilibrio. E’ un brano che adoro e adoro il suo messaggio, perchè è vero che “A heart that can be broken, will be stronger when it mends” [Un cuore può essere spezzato, ma sarà più forte quando sarà guarito].
Accanto a questa splendida antologia rock hai trovato spazio per brani scritti da te?
Il mio brano originale è Tough Love, è molto personale e vorrei che rimanesse una sorpresa per il pubblico del nostro concerto.

 

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