Stagione Concertistica 2019/2020 tredicesimo concerto

Ciclo Integrale delle Sonate per violino e pianoforte di Ludwig van Beethoven – primo concerto
Ludwig van Beethoven
Sonata n. 2 in la maggiore op. 12
Sonata n. 7 in do minore op. 30
Sonata n. 10 in sol maggiore op. 96

Note di sala
di Simone Ciolfi*

La prime composizioni date alle stampe da Wolfgang Mozart nei primi anni Sessanta del Settecento erano Sonate per clavicembalo con “accompagnamento di violino” (K. 6, 7, 8, ecc.), ovvero sonate per tastiera col violino aggiunto ma non necessario. Se il violinista c’era bene, se no bastava un clavicembalo. Fu Mozart stesso, anni dopo, a mettere a punto il genere della sonata per violino e fortepiano come sonata “concertante”, ovvero come sonata nella quale i due strumenti erano alla pari, entrambi necessari e imprescindibili. Dunque, Beethoven, a fine Settecento si trovò fra le mani un genere confezionato da Mozart e gli impresse il suo marchio di fabbrica, ovvero il piglio volitivo e la passionalità romantica. In verità, le Sonate per violino e pianoforte op. 12 che Beethoven diede alle stampe nel 1799 e dedicò all’operista italiano Antonio Salieri che era stato uno dei suoi insegnanti, erano ancora definite “Sonate per clavicembalo o fortepiano con un violino”, secondo la vecchia definizione di quarant’anni prima (di nuovo c’era solo il cenno al fortepiano), ma nulla avevano in comune con opere come le Sonate K. 6 di Mozart, del 1762-63. Ce lo testimonia il recensore di un giornale dell’epoca quando, dopo avere ascoltato l’op. 12, scrisse: «il recensore ha ascoltato con molta fatica queste stranissime sonate cariche di insolite difficoltà e deve confessare di essersi sentito come uno che pensava di fare una passeggiata con un amico geniale in un attraente bosco ed è trattenuto a ogni passo da ostacoli […]. È innegabile che il signor Beethoven procede con un passo tutto suo. Cultura, cultura, sempre cultura, e mai natura, mai canto! […] Una ricerca di modulazioni fuori dall’ordinario, un’antipatia per le combinazioni abituali, un accatastare difficoltà su difficoltà, fino a far perdere la pazienza e la gioia». Stranezze, strada personale, troppa cultura e poco canto, antipatia per l’ordinario e ricerca di modulazioni insolite: l’ascoltatore tipo del Settecento, abituato alle solari finezze aristocratiche, non ama le continue modulazioni, la malinconia, l’insolito, ciò che è troppo intellettuale. In una sola parola il Romanticismo, che si annuncia ormai alle porte e di cui Beethoven è il primo grande rappresentante.
Seconda delle Tre Sonate op. 12, la Sonata in La maggiore inizia con un Allegro che fa interagire tastiera e violino in modo ironico e leggero, creando una situazione nella quale sembra quasi che i due strumenti si cerchino giocando a nascondersi. L’aria è ancora settecentesca ma qualche stranezza modulante in effetti c’è e testimonia una ricerca dell’insolito che è ormai tutta romantica perché scava nella psiche, ingenera dubbi sulla direzionalità del tessuto armonico. Tale dubbiosità è giocosa, ma è anche sottilmente inquietante. La malinconia con cui inizia l’Andante ne è quasi una conseguenza, anche se man mano che il brano avanza l’atmosfera sembra schiarirsi. La sua conclusione però è tragica e raggiunge profondità espressive insolite, annunciando una dimensione musicale di là da venire. Nel finale, Allegro piacevole, Beethoven adopera quegli sfasamenti di ritmo a lui tanto graditi che sembrano aprire i confini della battuta musicale; si tratta di sfasamenti che sanno di popolare e di ricercato a un tempo. Elementi insoliti rispetto al gusto settecentesco sono presenti anche in questo movimento brillante che chiude festosamente la Sonata.
La Sonata per violino e pianoforte n. 7 op. 30 è completamente diversa dalla precedente: vi è scomparsa ogni giocosità settecentesca e l’impianto espressivo è pienamente tragico, dialettico nel senso del contrasto tra le parti, proprio come nella Sonata per pianoforte “Patetica” con la quale condivide la stessa tonalità di Do minore. La Sonata n. 7 op. 30 risale al 1802 ed è, come quella in la maggiore dell’op. 12, la sonata centrale di una raccolta di tre. L’Allegro con brio iniziale e il finale Allegro (primo e quarto movimento) sono animati da una cupa e travolgente energia, incarnata da un pianismo ormai sinfonico (accordi pieni al grave, tremoli, ottave, contrasti di registro) e virtuosistico, fattori che ci testimoniano come Beethoven avesse trovato il proprio stile, realizzando in pieno la profezia del critico sopracitato che parlava di un compositore che procede «a passo tutto suo». Nell’Adagio cantabile gli affanni sembrano sospendere il proprio effetto e lasciare il passo a una nobile e composta vena melodica. Lo scherzo (il terzo movimento) utilizza le irregolarità ritmiche alle quali avevamo fatto cenno per il terzo brano della Sonata op. 12, qui con finalità fantastiche e chimeriche.
Eseguita dall’Arciduca Rodolfo al pianoforte (dedicatario della composizione e allievo di Beethoven) e da Pierre Rode al violino in casa del nobile mecenate Lobkowitz nel dicembre 1812, la Sonata op. 96 è l’ultima creazione per violino e pianoforte di Beethoven. Il ritorno a un linguaggio che sembra strizzare l’occhio al passato non deve sorprendere: il compositore ha saputo trasfigurare il passato così come anticipare il futuro. Trasfigurare, appunto: niente di conservativo ma qualcosa di dolce ed onirico a un tempo, che subito si respira nell’Allegro moderato della Sonata op. 96, dove la tranquillità espressiva e la tecnica pianistica senza troppe arditezze erano mirate sicuramente a non mettere in difficoltà l’Arciduca. Il risultato è suggestivo: si è parlato di rapporto con la Sinfonia Pastorale per la natura meditativa che anima tutta la Sonata ma in particolare l’Adagio espressivo, dai tratti sacrali e ariosi. Lo Scherzo, terzo movimento della Sonata, è più regolare rispetto a creazioni beethoveniane simili, mentre il quarto, Poco allegretto, è un delizioso tema con variazioni, nel quale Beethoven mette in opera la sua immensa capacità di trasformazione tematica, facendo di questo movimento il brano più interessate della Sonata.

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