Concerto 18 novembre 2021 – Note di sala

Giovedì 18 novembre 2021 – Teatro delle Palme – ore 20.30
SIGNUM SAXOPHONE QUARTET
Blaž Kemperle, sax soprano
Hayrapet Arakelyan, sax contralto
Alan Lužar, sax tenore
Guerino Bellarosa, sax baritono

con il sostegno di Goethe-Institut Neapel

 

 

JEAN SIBELIUS (1865-1957)
Andante Festivo
Trascrizione Signum Saxophone Quartet

ANTONIN DVOŘÁK (1841-1904)
Quartetto in fa maggiore op. 96 “Americano”
Trascrizione Signum Saxophone Quartet

BÉLA BARTÓK (1881-1945):
Danze popolari romene
Bot tánc / Jocul cu bâtă (Danza col bastone)
Brâul (Danza alla fascia)
Topogó / Pe loc (Danza sul posto)
Bucsumí tánc / Buciumeana (Danza del corno)
Román polka / Poarga Românească (Polka romena)
Aprózó / Mărunțel (Danza veloce)
Trascrizione Signum Saxophone Quartet

***

GEORGE GERSHWIN (1898-1937):
Tre Preludi
Trascrizione Signum Saxophone Quartet

LEONARD BERNSTEIN (1918-1990):
Symphonic Dances from West Side Story
Trascrizione Sylvain Dedenon

 

 

Note di Sala
di Simone Ciolfi*

Negli ultimi decenni, il numero delle formazioni musicali composte dallo stesso strumento è cresciuto: si pensi, per esempio, a quelle composte da sole arpe o da soli violoncelli. Mentre in passato sembrava scontato avvicinare strumenti dal timbro diverso per ampliare la tavolozza coloristica di un gruppo, oggi l’amplificazione ottenuta tramite la moltiplicazione dello stesso strumento in un unico ensemble (anche se si tratta di strumenti con registri differenti) si propone come situazione nuova e piacevole. La chiave del piacere è quella di aumentare il volume del suono di un solista tramite l’accorpamento di più esecutori: una soluzione “al quadrato” che riserva sorprese soddisfacenti tanto quanto quelle ottenute con la differenziazione.
Non a caso il titolo dell’ultimo album del Signum Saxophone Quartet è Echoes, “echi”: dalla vocalità del Rinascimento al Novecento strumentale, il sax modernizza ogni tessuto sonoro, lo sintonizza sulle nostre abitudini d’ascolto, gli dona veste nuova svelandone l’attualità e creando echi e richiami tra passato e presente. Creare legami e relazioni tra repertori e timbri lontani, infatti, vivifica la nostra attenzione.
Jean Sibelius scrisse l’Andante Festivo per quartetto d’archi nel 1922. La composizione era stata pensata come brano celebrativo per il venticinquennale delle segherie Säynätsalo. Sibelius ne diresse una versione ampliata nel 1938. Il compositore si fece all’epoca interprete di un’esigenza oggi più che mai affermatasi: la semplificazione dell’armonia, la concentrazione su temi pregnanti dal carattere antico e semisacrale, ha dato alla sua musica una modernità e una profondità indefinita, che oggi ritroviamo in compositori amati dal grande pubblico, nei quali l’armonia e la melodia hanno subito la stessa evoluzione. L’evocazione del paesaggio finlandese, la sua vastità e la sua particolare luminosità, diventa così facilmente comprensibile per la maggior parte degli ascoltatori, un pregio di non facile ottenimento che rinuncia alle complessità elitarie dell’avanguardia, spesso difficilmente trasmissibili al pubblico.
L’identificazione di Antonin Dvořák con la musica americana colpisce ancora oggi, perché avvenuta nell’eurocentrismo di fine Ottocento e da parte di un autore tardo-romantico. Il viaggio americano del compositore, gli diede in verità la possibilità di continuare nel solco dell’interesse ottocentesco per la riscoperta dello spirito musicale di ogni popolo. Così, il Quartetto in fa maggiore op. 96 (composto nel 1893 nell’Iowa) è “Americano” perché in linea con le tendenze del Romanticismo. Tuttavia, alla luce dell’importanza avuta dall’America nella vita europea del secondo dopoguerra, l’opera sembra innovativa rispetto al folklorismo dell’epoca romantica, legato ai popoli europei. Nel Quartetto op. 96, così come in tutte le sue opere, Dvořák mantiene la forma classica, ma vi innesta temi non originali, ovvero da lui creati, che colgono però quello che il compositore registrò come il folklore dei nativi americani, poi sfruttato in tanta filmografia statunitense.
Del folklore, questa volta magiaro, si occupò a lungo Béla Bartók, che trasfigurò in un codice innovativo le caratteristiche dei canti popolari da lui conosciuti e trascritti. Anche questa sua attività continua una tendenza ottocentesca, ma Bartók si servì del folklore per realizzare un linguaggio più moderno rispetto a quello ottocentesco. Le Danze popolari romene, composte nel 1915, trascritte per piccola orchestra nel 1917, sono una serie di danze originarie della Transilvania, studiate e trascritte dal compositore stesso. Tali Danze costituiscono una sperimentazione sull’armonia tradizionale e sul ritmo, elemento caratterizzante delle innovazioni propulsive della musica di Bartók proprio per la loro metaforica corporeità. Di queste danze Bartók scrisse: «lo studio di questa musica contadina […] mi ha reso possibile la liberazione dalla tirannia dei sistemi maggiore e minore […]. Infatti, la gran parte e la più pregevole del materiale raccolto si basava sugli antichi modi ecclesiastici o greci o anche su scale più primitive…mi resi conto allora che i modi antichi e ormai fuori uso nella nostra musica d’autore non hanno perduto nulla della loro vitalità. Il loro reimpiego […] ebbe per ultima conseguenza la possibilità di impiegare ormai liberamente e indipendentemente tutti e dodici i suoni della scala cromatica». Il folklore diventa qui sperimentazione, ma con un’anima antica e contadina.

Nel tentativo di fondere le caratteristiche del jazz con quelle della tradizione colta europea, George Gershwin ci ha regalato opere la cui freschezza e profondità rappresentano quasi un unicum nella storia della composizione. La sua arguzia armonica, tipica di geni come Mozart, Chopin e Debussy, fu da lui trasfusa sul pianoforte in opere come il Concerto per pianoforte e orchestra in La o i Three Preludes (1926). Il genere del preludio, praticato alla tastiera da molti celebri autori classici, viene reinterpretato da Gershwin tramite l’aggiunta di combinazioni armoniche e ritmiche jazzistiche in brani dalla natura formale definita ma al contempo animata da un loro piglio improvvisativo, simile a quello delle Songs per voce e pianoforte. Gershwin, nonostante sia stato il massimo compositore del jazz sinfonico, ebbe una mentalità contrappuntistica: la trascrizione di tali musiche si rende così possibile perché le “voci” sono individuabili come singole linee.
Amatissimo per la sua opera di divulgatore e direttore d‘orchestra, Leonard Bernstein gode oggi di una fama stabile anche come compositore. In fondo, Bernstein fu il vero erede di Gershwin, ma la sua vena creativa intende rappresentare ciò che di antico e sano, dal punto di vista emotivo, è rimasto nella società odierna, sulla quale sono passati due secoli di una rivoluzione industriale che ha modificato le nostre percezioni. Il musical West Side Story, composto tra il 1953 e il 1956, è una storia d’amore, quella di Romeo e Giulietta, ambientata però nell’America del secondo Novecento, storia alla quale la musica dona attualità e al contempo una eco senza tempo. Le Danze sinfoniche ne costituiscono alcune sezioni non cantate. Colpisce l’umanità, l’afflato autentico della creatività di Bernstein, che in questo musical è riuscito a rendere concreta la forza di un amore che supera col sacrificio di sé la violenza e i pregiudizi che lo contrastano.

 

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