Concerto 21 ottobre 2020 – Note di sala

Note di sala
di Stefano Valanzuolo

Il 2020 passerà alla Storia per accadimenti non artistici, purtroppo. Ma per Richard Galliano questo resta, giustamente, un anno da celebrare: il cinquantesimo, cioè, di una carriera vissuta a livelli importanti e nel segno di una sana curiosità musicale che l’ha portato a destreggiarsi in ambiti diversi – dal jazz alla classica – sempre con esiti di prim’ordine.
«Sa qual è il beneficio più grande che ho tratto dall’avere trascorso mezzo secolo in scena? Ho imparato finalmente a saper distinguere tra le cose che meritano attenzione e quelle, invece, per cui non vale la pena sprecare energie. Il mio atteggiamento verso la musica non è cambiato: ho ancora una gran voglia di ampliare il repertorio, di mettermi in gioco, di confrontarmi con partner nuovi e prestigiosi. Ma sento pure di avere bisogno, oggi, di emozioni semplici, dirette. Del rapporto ravvicinato con il pubblico».
Ecco, appunto. Quel rapporto che è mancato del tutto, troppo a lungo, nel periodo del lockdown…
«All’inizio, l’idea di rimanere a casa, di avere più tempo per studiare e scrivere neppure mi dispiaceva. Venivo da una fase di lavoro stressante, e ho preso quella del lockdown quasi come un’occasione. Poi, però, ho cominciato a sentire la mancanza della musica dal vivo, inevitabilmente. Da agosto ho ripreso a suonare in pubblico regolarmente, ma l’esperienza seguita al Covid mi ha insegnato qualcosa: voglio concedermi il lusso di scegliere, voglio dedicarmi solo alle cose che ritenga importanti. Come la mia famiglia. O come questo concerto a Napoli, naturalmente. Sono diventato saggio: sarà che sto per compiere settant’anni!».
Parliamo del programma scelto per l’Associazione Scarlatti. C’è Bach, al centro della proposta. Prima o poi, ogni jazzista di rango si trova a fare i conti con la scrittura bachiana e qualcuno, magari, la usa come uno standard…
«Non è il mio caso, davvero. Ho troppo amore per i classici – penso anche a Vivaldi, a Mozart – per osare anche soltanto cambiare una nota rispetto all’originale. Le mie trascrizioni si mantengono fedeli alla partitura presa in considerazione: il jazzista, in questi casi, lascia posto all’esecutore rispettoso».
Come si ricreano sulla fisarmonica le atmosfere e le sonorità pensate, ad esempio, per un oboe?
«Se parliamo di Bach, lui scriveva musica pura, assoluta, la cui energia si conserva inalterata – a mio avviso – passando da uno strumento all’altro. Bach è stato, in un certo senso, un grande jazzista ante litteram, uno in grado di trasferire la propria invenzione disinvoltamente attraverso voci diverse, mantenendone intatta la forza. Il capostipite di tutti gli improvvisatori: io dico che gli sarebbe piaciuta la mia trascrizione del Concerto in Do Minore».
Se Bach, poi, avesse avuto una fisarmonica…
«Avrebbe fatto grandi cose! Senza esagerare, credo che la fisarmonica sia lo strumento più completo tra tutti quelli esistenti, più del pianoforte. Sa essere aggressiva e dolce, classica e popolare. Come fisarmonicista, posso dire di sentirmi un privilegiato».
Come quasi sempre, nei suoi concerti, in scaletta c’è anche Piazzolla: un altro “classico”, ormai?
«Sì, e non solo per la popolarità di cui gode, ma per il fatto stesso che usasse comporre quasi come un autore del Settecento, producendo soprattutto musica essenziale. “L’importante è avere stile”, mi diceva sempre Piazzolla. Nel senso che, per lui, la cosa fondamentale era conferire alla musica una cifra riconoscibile, renderne percepibile l’essenza, appunto. Se, sulla melodia meravigliosa di “Oblivion”, mi permetto di improvvisare, quasi di swingare, è perche quelle sono digressioni che non alterano la fisionomia inossidabile del pezzo. Aveva ragione Chet Baker: improvvisare si può, ma sempre immaginando che, in tal modo, si prosegua un discorso già tracciato dall’autore. Trovo che sia molto giusto».
Ci sono, in locandina, anche alcuni pezzi che lei ha composto in epoche diverse e, in qualche caso, molto tempo fa. Rappresentano fasi differenti della sua evoluzione stilistica? Li suona, oggi, come quando li ha scritti?
«La musica di un autore, di qualsiasi autore, sembra sempre tutta uguale, se vista da lontano, ossia se ascoltata superficialmente. Questo vale anche per i giganti come Mozart e Beethoven. È un problema di miopia del fruitore, in un certo senso, ma implica che il compositore abbia una personalità forte. Vista da vicino, invece, ossia se riferita alla singola interpretazione, la musica di un autore rivela, al proprio interno, differenze fondamentali e l’incapacità di risultare uguale a se stessa. Credo che questo concetto valga anche per i miei lavori».
In sintesi: non esiste un solo “Tango pour Claude”…
«Esatto, ne esistono infinite declinazioni, tante quante sono le esecuzioni che sono riuscito a proporne negli anni. Le differenze dipendono dal mio umore, dal feeling instaurato con il pubblico, dalla fase di carriera in cui mi sia trovato e chissà da quante variabili ancora».
A Napoli solo con la fisarmonica o anche con il bandoneon?
«Quasi certamente solo con la fisarmonica e con l’accordina, (un incrocio tra una piccola fisarmonica e un’armonica a bocca, ndr). Non ci sono grandi questioni musicologiche alla base della scelta: semplicemente, viaggiare con troppi strumenti al seguito non è comodo».
Se Richard Galliano dovesse spiegare ad un neofita le differenze sostanziali di suono tra bandoneon e fisarmonica, cosa direbbe?
«Ah, lasciamo stare. Mi capita sempre più spesso di riascoltarmi in disco e di non riuscire capire, almeno all’inizio, quale dei due strumenti stia usando. Il problema è che li suono, per formazione e ormai per abitudine, alla stessa maniera. Ma non è un peccato troppo grave: come dico spesso, la fisarmonica e il bandoneon sono cugini!».

I brani in pillole
Antonio Vivaldi – Concerto Alla Rustica, RV 151
Composto tra il 1720 e il 1724 per le fanciulle dell’Ospedale della Pietà di Venezia, il brano si caratterizza per la semplicità dell’impianto ed una solidità di scrittura che esclude aspirazioni virtuosistiche, come ribadito dalla rinuncia a qualsiasi voce di strumento solista. L’appellativo “alla rustica”, probabilmente, rimanda alla scelta di uno schema formale senza troppe pretese, basato sulla reiterazione di un unico inciso fondamentale e sulla successione standard di tre tempi con indicazioni dinamiche di segno alterno. Pagina brillante negli esiti, è tra le prime ad avere attratto l’attenzione, nella prima metà del secolo scorso, di autori/revisori come Casella e Malipiero, artefici di quella che, in seguito, si sarebbe chiamata Vivaldi- renaissance.

Johann Sebastian Bach – Concerto in do minore per oboe, violino, archi e basso continuo BWV 1060 (revisione e trascrizione per fisarmonica e archi di Richard Galliano)
Si conoscono almeno due versioni principali di questo concerto bachiano: quella per oboe e violino, risalente al periodo speso dall’autore come Kapellmeister a Köthen (1719), costituisce il calco sul quale Bach avrebbe operato, una decina di anni più tardi, la trascrizione per due clavicembali in Do minore, entrata a fare parte – a differenza del modello base – del repertorio dei secoli a venire. Il modello di partenza sembra essere Vivaldi, e non solo per la scelta delle due voci solistiche (oboe e violino erano gli strumenti prediletti dal coté veneziano dell’epoca) ma per la struttura formale, l’andamento simmetrico della vicenda musicale, l’equilibrio che appartiene per intero alla tradizione del concerto barocco. A mitigare la serena cantabilità che innerva il brano, in più punti occorre la rigorosa, quanto proficua, tecnica contrappuntistica che è marchio di fabbrica bachiano e genera, di fatto, un prodotto finale ibrido nell’ispirazione ma totalmente rappresentativo di un periodo storico e di un genere specifico, quello del “concerto doppio”, piuttosto in voga.

Richard Galliano – Opale, Petite suite française ; Tango pour Claude, La Valse a Margaux
Qui ci muoviamo all’interno del corposo catalogo di lavori scritti da Galliano per fisarmonica e orchestra d’archi in un arco temporale molto ampio. “La Valse à Margaux”, composta negli anni Novanta, evoca atmosfere di danza tipicamente francesi, in stile Musette; ed allo stesso clima culturale – ma declinato secondo la lezione di autori di vocazione classica come Milhaud, Satie, Poulenc – rimanda la “Petite Suite Française”, commissionata a Galliano dall’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, nel 2006. In “Opale Concerto”, il compositore si confronta – e non è la prima volta – con una forma struttura più ampia, di respiro vagamente sinfonico, mentre “Tango pour Claude” è un souvenir affettuoso, un delicato pensiero musicale rivolto a Claude Nougaro, autore e cantante francese (scomparso nel 2004) cui Galliano ha legato una parte importante della propria carriera artistica.

Astor Piazzolla – Oblivion
Scritto nel 1984 per la colonna sonora del film “Enrico IV”, di Marco Bellocchio, questa pagina si inserisce nel filone del tango nuevo e si eleva sopra la media del genere per la potenza ammaliante dei contenuti melodici. La versione più celebre del brano è quella che vede l’autore stesso al bandoneon, con l’orchestra d’archi sullo sfondo. Ma esistono innumerevoli trascrizioni di “Oblivion”, diversamente fedeli all’originale, diversamente illustri per il rango dei protagonisti, ma incapaci – in ogni caso – di tradire il lirismo intenso della creazione, di sottolinearne il gioco di sospensione ritmica sul quale prendono corpo la danza e forse, con essa, l’inevitabile meditazione triste che la sostiene.

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