Concerto 7 ottobre 2020 – Note di sala

Note di sala
di Stefano Valanzuolo*

Facciamo finta che questo non sia un concerto, ma un viaggio in musica…
«Non c’è neppure bisogno di fingere: la dimensione del viaggio, in questo caso, è ampiamente plausibile. Ogni brano in scaletta può venire assimilato, infatti, alla tappa di un itinerario geografico e temporale. Culturale, direi, in senso più ampio…».
Se di viaggio si tratta, allora, dovremo avere un punto di partenza ed un altro di arrivo…
«Le sponde attraverso cui si snoda il nostro percorso musicale sono ideali, impalpabili. Non rigorose. All’epoca del barocco, la musica viaggiava e si diffondeva da una terra all’altra attraverso confini porosi, in un continuo rapporto osmotico di idee e di forme. Qualcosa del genere succede ancora oggi, certo, sia pure in modo diverso. Ma giova sapere che la pratica nobilissima dello scambio culturale ha precedenti illustri e consolidati».
Per esempio?
«Per esempio, Franz Joseph Haydn era un intellettuale capace di attingere, in modo intelligente e senza snobismi, al repertorio popolare, salvo poi reinterpretare ogni traccia in modo personale, lasciando impresso il proprio marchio».
Insisto sugli esempi: prenda un pezzo, dal programma di stasera, che serva a dare immediatamente il senso della commistione tra stili e generi…
«Sarei in imbarazzo a sceglierne uno soltanto. Potremmo cominciare dalla Tarantella di De Ruvo, oppure dalla Ciaccona di Corbetta e finire con il grande Johann Sebastian Bach…».
È allora scegliamo noi: partiamo con De Ruvo, per esempio, che non è nome celeberrimo.
«Sotto il profilo tecnico, però, dovette essere violoncellista formidabile. Era pugliese, e la cosa ha un senso forte, perché la Puglia – sto pensando al Gargano, al Salento – è uno di quei luoghi in cui il culto della tradizione da sempre viene accudito con speciale dedizione. In questi luoghi, il legame con le radici si rivela in modo particolarmente nitido e affascinante ».
Il “folk”, sembra di capire, non va considerato una nicchia per studosi e nostalgici…
«No, appunto. Quello che davvero può suscitare interesse, in un musicista come nel pubblico, è l’attualità sottesa a tanta musica tradizionale; è la possibilità di vedere quel filo rosso che leghi tra loro epoche e ambiti apparentemente lontani».
Dicevamo di De Ruvo, però…
«Appunto, si tratta di un musicista che rielabora, in forme colte, alcuni standard popolari. Lo fa con curiosità e profondo rispetto di un linguaggio altro da quello di appartenenza. Proprio il rispetto diventa ingrediente necessario per operazioni come questa, e il discorso – naturalmente – riguarda anche noi interpreti moderni, alle prese con musica di quattro secoli fa».
Ciò non toglie che ci sia spazio, anche in un recital come quello di stasera, per momenti improvvisativi…
«Capacità d’improvvisazione e rispetto non sono concetti antitetici. D’altra parte, io penso ai primi virtuosi di violoncello come a dei veri inventori di stile. Quando, nel Seicento, lo strumento si emancipa , affrancandosi dalla semplice linea di basso, nasce l’esigenza di creare un linguaggio, di creare una nuova tecnica ed un nuovo stile, appunto. Lo sforzo di fantasia che dovettero profondere i primi solisti di violoncello è comparabile a quello che, cinquant’anni fa, ha caratterizzato l’approccio alla chitarra di Jimi Hendrix, per esempio, il quale inventava, agendo su accordature, distorsioni, virtuosismi… Sarà per questo che, quando posso, inserisco volentieri Hendrix nei miei concerti, anche accanto a Bach».
Bach, appunto. Lei, nel suo recital, lo pone giusto al centro del programma…
«Sì, ed è una collocazione non casuale, naturalmente. La musica di Bach, nella fattispecie, rappresenta una pausa zen all’interno del viaggio. Funge da spartiacque mentale e tecnico. Senza sottovalutare che proprio Bach, nelle sue monumentali Suite, fa volentieri ricorso a materiali intervallari popolari. Con questi presupposti, una scaletta compiuta non può prescindere da Bach».
Non c’è il rischio che, in questo fittissima gioco di rimandi, si perda una specifica identità stilistica, magari sacrificata all’ormai fatidico melting pot culturale…
«Il rischio ci sarebbe se ci ostinassimo, testardamente, a cercare di etichettare ogni brano ed ogni autore, perdendo di vista l’importanza storica della commistione quale elemento di crescita culturale e, in questo caso, musicale. Lo scambio, oltre tutto, non si attua mai a senso unico…».
Ci spieghi meglio quest’ultimo concetto…
«Non succede sempre e soltanto che sia il compositore di area colta ad attingere dal basso (diciamo così) per trarre nuovi impulsi. Proprio in questo concerto ricorre il brano di un autore anonimo d’area trentina che sembra andare, appunto, in direzione contraria. È un lavoro che fa parte di un ciclo donatomi a Trento, in occasione del progetto al MUSE, in cui suonavo il violoncello di ghiaccio. Ecco, qui siamo di fronte a una serie di esperimenti di contaminazione ante litteram, ossia variazioni in stile popolare su temi classici di Corelli o di Mozart, ricavate con grande consapevolezza dell’originale. Come vedete, il flusso di suggestioni non ha un ordine predefinito».
Prima ha fatto cenno, di sfuggita, al Salento e ci viene in mente “La notte della taranta”: non teme che iniziative importanti e fortunate come questa possano innescare fenomeni di moda?
«No. Sono stato per due anni Maestro concertatore de “La notte della taranta” e quei due anni mi sono rimasti attaccati addosso come un’esperienza meravigliosa e autentica. Da siciliano, ho sentito intensamente il gusto di una tradizione musicale costruita e cresciuta sul mare. In quel periodo, ho avuto modo di conoscere e imparare un gran numero di canti, forse più di duecento, spesso frammenti piccolissimi che ho trascritto e annotato in una sorta di book sonoro. Da quell’esperienza in Puglia sono uscito decisamente più ricco. E come me, forse, tanti ascoltatori, perché parliamo di un rito molto vivo e partecipato».
A proposito di “rito”: quello del concerto standard, forse, è un po’ in crisi…
«Probabilmente sì, perché sono cambiate le modalità di fruizione da parte del pubblico. Non è giusto continuare ad offrire gli stessi programmi nella maniera di sempre, come se nulla fosse successo. Il rito del concerto come lo conosciamo oggi è stato inventato a tavolino, nell’Ottocento… Sono passati due secoli, da allora. La musica ha un’ovvia funzione sociale e reattiva: attualizzare i contenuti dei concerti, creare una sinergia tra pubblico e performer sono obiettivi non più eludibili, ai quali tutti dobbiamo rivolgere attenzione costruttiva».
Torniamo al programma scelto per Napoli e per l’Associazione Scarlatti. Una volta, lei stesso ha parlato di protorock , o qualcosa del genere, a proposito di Corbetta e della sua “Chaconne”… In che senso?
«Semplicemente trovo che sia un pezzo con un groove molto particolare, piuttosto sorprendente. Un brano che alterna parti più ornamentali ad altre decisamente ritmiche. Una pagina intorno alla quale mi concedo pure qualche digressione, poiché credo che la cosa risulti coerente con lo spirito del tutto. Se il rock è un’idea, e non un periodo storico, anche Corbetta può farne parte».
Che strumento userà in concerto?
«Un classico violoncello a quattro corde, sul quale dovrò adattare, senza speciali problemi, anche pezzi di repertorio per cinque corde. In realtà, usare entrambi gli strumenti sarebbe stato più bello, ma non so se abbiate presente cosa voglia dire andarsene in giro per il mondo portandosi dietro due violoncelli…!».
Da solista e autore importante quale è, si sente in dovere di ampliare il repertorio per violoncello?
«Non parlerei di un “dovere”, no. Piuttosto, mi rende felice sapere che nel mondo esistano vari autori, anche prestigiosi e bravissimi, che hanno scelto di dedicarmi le proprie opere. Mi piace almeno ricordare, qui, il concerto che Nicola Segatta ha scritto per me e che ho appena eseguito. Pagina decisamente bella di un artista che definirei “rinascimentale”: compositore, liutaio, violoncellista e poliglotta».
Intanto anche lei continua a scrivere, e non solo per il suo strumento…
«No, certamente no: il mio sguardo sulla musica non si è mai limitato al violoncello. Da poco ha debuttato, alla RAI di Torino, il Concerto per mandolino e orchestra scritto per Avi Avital. E ora sto completando una Cantata per soli, coro e orchestra che sarà diretta da Riccardo Muti, a settembre: è ispirata a Dante, e non posso negare che i riferimenti letterari costituiscano da sempre, per me, uno stimolo creativo assai proficuo».
Ricordiamo anche la sua passione per l’opera: dopo “Ellis Island”, di qualche anno fa, e l’oratorio su Caravaggio, ha altro in cantiere?
«Sto lavorando a due titoli nuovi, uno dei quali è pensato per un pubblico di ragazzi».
L’opera, in generale, per noi italiani è spesso associata ad un’epoca storica lontana… E per lei?
«Di primo acchito, sì. Quando scrivo, non provo alcun imbarazzo nel rifarmi, in linea di massima, anche ai modelli storici di Otto e Novecento. Quello che m’interessa, in questi casi, è soprattutto lo schema dell’opera, il suo perimetro; il “relitto” vorrei dire. Ecco, il relitto mi affascina, ma su di esso, poi, si tratta di innestare un linguaggio originale, nuovo».
E il libretto?
«Il rapporto tra ritmo e parola è la base di tutto. Nell’opera così come nel rock e nella pop-music. Noi compositori di oggi, che scriviamo per le voci, dobbiamo moltissimo ai grandi artigiani del libretto da melodramma, inutile negarlo».
Il termine “condivisione” cosa le fa venire in mente?
«Mi riporta all’essenza stessa del fare musica. Dalla condivisione, sia tra gli artisti sia col pubblico, dipende quasi sempre la riuscita di un concerto. È un termine che, in chiave personale, mi fa pensare poi al progetto con i 100Cellos, che dalla condivisione di interessi, stimoli e passioni continua a trarre forza: magari un giorno andremo persino a Sanremo, chissà…».
E sarebbe strano, ma non inverosimile, perché oggi fondere i linguaggi – ammettiamolo – è diventato più semplice…
«Rispetto agli anni Sessanta e Settanta del Novecento, sicuramente sì. Per troppo tempo, alcuni generi musicali sono stati considerati in contrapposizione: per gusto, funzione, scrittura, tipo di pubblico. Oggi, invece, si parla di musiche diverse, ma non inconciliabili: a mio avviso, è un bel passo avanti. Di quella stagione di cinquanta e passa anni fa non cancellerei nulla, perché è stata ricchissima di spunti e idee, non solo sul piano musicale. Ma i tempi, oggi, sono diversi; e le persone pure».

 

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