Stagione concertistica 2019/2020 – quindicesimo concerto

Folk Cello 

Trad. armeno/Soghomon Gevorki Soghomonyan (Padre Komitas) (1869 – 1935)
Krunck*
Giulio de Ruvo (sec XVII)
Romanella, Ciaccona, Tarantella per violoncello senza basso
Trad. albanese
Arbëreshë di Sicilia, Moje Bukura More *
Trad. Trentino
Monsiuzam *
Johann Sebastian Bach (1685 – 1750)
Suite n. 1 in sol maggiore BWV 1007
Giovanni Sollima ( 1962)
Jook-urr-pa
Trad. Salento
Santu Paulu
Francesco Corbetta (1615 – 1681)
Caprice de Chaconne*
Giovanni Sollima
Fandango (after Boccherini)
Ignacio Cervantes (1847 – 1905)
Illusiones perdidas *
Giovanni Sollima
Natural Songbook n. 1,2,4,5,6

* arrangiamento Giovanni Sollima

Il progetto, che definirei “in progress” dato l’ampio margine di ricerca che spero riuscire ad avere, anche se –temo- non avrà mai fine e proseguirà con continui aggiornamenti. Come per Ba-Rock Cello, sarà una sorta di contenitore con una sua forma ben precisa e il cui contenuto potrà essere aggiornato di volta in volta.
Nato per puro caso, viaggiando e raccogliendo dati, temi, lingue, dialetti, canti, incontrando musicisti di ogni genere, anche e soprattutto da strada, direi che forse era in fieri da sempre, date le mie origini e l’idealizzazione – amplificata dal distacco fisico – di un’isola che continua a mandare segnali dal passato e dai suoi complessi strati come un pozzo senza fondo. Insomma, era inevitabile, mi sono ritrovato – ancora una volta – a tentare di rileggere il solco che il canto popolare ha scavato nella musica “colta”. In passato era successo con “I Canti” commissione ’98 del Ravenna Festival e con “Folktales” per violoncello e orchestra, commissione 2008 di Ivan Fisher e la Budapest Festival Orchestra, ma anche con la stessa esecuzione di brani come la Sonata op 8 per violoncello solo di Kodaly o alcuni brani di Bartok da me riarrangiati per cello solo o, ancora, con i 5 Stücke im Volkston, Op.102 di Schumann.
Questa volta ho pensato di attingere dalle radici, quasi senza filtri; ho pensato a un racconto al centro del quale danza la pirma suite bachiana (o anche la terza o la sesta, probabilmente sarà pronto il piccolo cello a 5 corde che sto facendo costruire sul modello di un bellissimo Amati), ma anche alle Ciaccone, ai sublimi e laceranti canti armeni, a un sud del mondo – che si somiglia, inclusa l’australia con Djugurba, tratto da un antichissimo canto onirico che ho imparato direttamente dagli autoctoni – e che, quasi per esigenza drammaturgica, si alterna a canti di provenienza islandese o trentina, o norvegese. Non mancherà, sia per la musica antica che per il resto un’approccio improvvisativo nel senso più ampio, dalla pratica della “diminutio” fino ad arrivare agli estremi, quasi invasati, di radice “Balkan”.
Sento debba esserci un omaggio a Boccherini – forse il primo ad essersi avventurato in altri mondi sonori con il suo violoncello con un Fandango che ho scritto sull’ossatura del suo per quintetto e che mi ha commissionato nel 2015 Carlos Saura per il suo film La Jota. Per contrasto ho pensato alla delicatezza di un canto senza tempo il cui misterioso titolo mi affascina – tant’è che l’ho inserito come finale del mio N-Ice Cello; Monsiuzam, probabile significato di mod siu (?) sanft, in alto tedesco “dolce è il viso della luna”.
In coda ho inserito alcuni dei Natural Songbook, nati proprio da viaggi e incontri – quando vado in tour cerco di non farmi mancare nulla, dalla cucina, ai suoni, ai visi… – che ho iniziato a scrivere disordinatamente nel 2008 e che usciranno per la Warner nel 2019, credo Gennaio, in un CD intitolato appunto Natural Songbook dove inserirò anche il N-Ice Cello Concerto per cello di ghiaccio, archi e tamburo sciamanico del quale ho registrato la generale e le due repliche e che tra un paio di mesi editerò. Uno dei brani si ispira ai suonatori di “Citarruni”, una sorta di violoncello da strada, nato in sicilia verso la fine dell’800 quando – caduta la nobiltà – i mercati cominciarono a riempirsi (succede ancora oggi) di svariati oggetti di valore, tra cui strumenti musicali, spesso pregiati. Il Citarruni era montato a tre corde, cinturato e suonato in piedi per le processioni, del quale esistono anche testimonianze fotografiche. Per me è un’immagine adatta a concludere il programma di Folk Cello, almeno per il numero zero…”
Giovanni Sollima

Note di sala
di Stefano Valanzuolo*
Facciamo finta che questo non sia un concerto, ma un viaggio in musica…
«Non c’è neppure bisogno di fingere: la dimensione del viaggio, in questo caso, è ampiamente plausibile. Ogni brano in scaletta può venire assimilato, infatti, alla tappa di un itinerario geografico e temporale. Culturale, direi, in senso più ampio…».
Se di viaggio si tratta, allora, dovremo avere un punto di partenza ed un altro di arrivo…
«Le sponde attraverso cui si snoda il nostro percorso musicale sono ideali, impalpabili. Non rigorose. All’epoca del barocco, la musica viaggiava e si diffondeva da una terra all’altra attraverso confini porosi, in un continuo rapporto osmotico di idee e di forme. Qualcosa del genere succede ancora oggi, certo, sia pure in modo diverso. Ma giova sapere che la pratica nobilissima dello scambio culturale ha precedenti illustri e consolidati».
Per esempio?
«Per esempio, Franz Joseph Haydn era un intellettuale capace di attingere, in modo intelligente e senza snobismi, al repertorio popolare, salvo poi reinterpretare ogni traccia in modo personale, lasciando impresso il proprio marchio».
Insisto sugli esempi: prenda un pezzo, dal programma di stasera, che serva a dare immediatamente il senso della commistione tra stili e generi…
«Sarei in imbarazzo a sceglierne uno soltanto. Potremmo cominciare dalla Tarantella di De Ruvo, oppure dalla Ciaccona di Corbetta e finire con il grande Johann Sebastian Bach…».
È allora scegliamo noi: partiamo con De Ruvo, per esempio, che non è nome celeberrimo.
«Sotto il profilo tecnico, però, dovette essere violoncellista formidabile. Era pugliese, e la cosa ha un senso forte, perché la Puglia – sto pensando al Gargano, al Salento – è uno di quei luoghi in cui il culto della tradizione da sempre viene accudito con speciale dedizione. In questi luoghi, il legame con le radici si rivela in modo particolarmente nitido e affascinante ».
Il “folk”, sembra di capire, non va considerato una nicchia per studosi e nostalgici…
«No, appunto. Quello che davvero può suscitare interesse, in un musicista come nel pubblico, è l’attualità sottesa a tanta musica tradizionale; è la possibilità di vedere quel filo rosso che leghi tra loro epoche e ambiti apparentemente lontani».
Dicevamo di De Ruvo, però…
«Appunto, si tratta di un musicista che rielabora, in forme colte, alcuni standard popolari. Lo fa con curiosità e profondo rispetto di un linguaggio altro da quello di appartenenza. Proprio il rispetto diventa ingrediente necessario per operazioni come questa, e il discorso – naturalmente – riguarda anche noi interpreti moderni, alle prese con musica di quattro secoli fa».
Ciò non toglie che ci sia spazio, anche in un recital come quello di stasera, per momenti improvvisativi…
«Capacità d’improvvisazione e rispetto non sono concetti antitetici. D’altra parte, io penso ai primi virtuosi di violoncello come a dei veri inventori di stile. Quando, nel Seicento, lo strumento si emancipa , affrancandosi dalla semplice linea di basso, nasce l’esigenza di creare un linguaggio, di creare una nuova tecnica ed un nuovo stile, appunto. Lo sforzo di fantasia che dovettero profondere i primi solisti di violoncello è comparabile a quello che, cinquant’anni fa, ha caratterizzato l’approccio alla chitarra di Jimi Hendrix, per esempio, il quale inventava, agendo su accordature, distorsioni, virtuosismi… Sarà per questo che, quando posso, inserisco volentieri Hendrix nei miei concerti, anche accanto a Bach».
Bach, appunto. Lei, nel suo recital, lo pone giusto al centro del programma…
«Sì, ed è una collocazione non casuale, naturalmente. La musica di Bach, nella fattispecie, rappresenta una pausa zen all’interno del viaggio. Funge da spartiacque mentale e tecnico. Senza sottovalutare che proprio Bach, nelle sue monumentali Suite, fa volentieri ricorso a materiali intervallari popolari. Con questi presupposti, una scaletta compiuta non può prescindere da Bach».
Non c’è il rischio che, in questo fittissima gioco di rimandi, si perda una specifica identità stilistica, magari sacrificata all’ormai fatidico melting pot culturale…
«Il rischio ci sarebbe se ci ostinassimo, testardamente, a cercare di etichettare ogni brano ed ogni autore, perdendo di vista l’importanza storica della commistione quale elemento di crescita culturale e, in questo caso, musicale. Lo scambio, oltre tutto, non si attua mai a senso unico…».
Ci spieghi meglio quest’ultimo concetto…
«Non succede sempre e soltanto che sia il compositore di area colta ad attingere dal basso (diciamo così) per trarre nuovi impulsi. Proprio in questo concerto ricorre il brano di un autore anonimo d’area trentina che sembra andare, appunto, in direzione contraria. È un lavoro che fa parte di un ciclo donatomi a Trento, in occasione del progetto al MUSE, in cui suonavo il violoncello di ghiaccio. Ecco, qui siamo di fronte a una serie di esperimenti di contaminazione ante litteram, ossia variazioni in stile popolare su temi classici di Corelli o di Mozart, ricavate con grande consapevolezza dell’originale. Come vedete, il flusso di suggestioni non ha un ordine predefinito».
Prima ha fatto cenno, di sfuggita, al Salento e ci viene in mente “La notte della taranta”: non teme che iniziative importanti e fortunate come questa possano innescare fenomeni di moda?
«No. Sono stato per due anni Maestro concertatore de “La notte della taranta” e quei due anni mi sono rimasti attaccati addosso come un’esperienza meravigliosa e autentica. Da siciliano, ho sentito intensamente il gusto di una tradizione musicale costruita e cresciuta sul mare. In quel periodo, ho avuto modo di conoscere e imparare un gran numero di canti, forse più di duecento, spesso frammenti piccolissimi che ho trascritto e annotato in una sorta di book sonoro. Da quell’esperienza in Puglia sono uscito decisamente più ricco. E come me, forse, tanti ascoltatori, perché parliamo di un rito molto vivo e partecipato».
A proposito di “rito”: quello del concerto standard, forse, è un po’ in crisi…
«Probabilmente sì, perché sono cambiate le modalità di fruizione da parte del pubblico. Non è giusto continuare ad offrire gli stessi programmi nella maniera di sempre, come se nulla fosse successo. Il rito del concerto come lo conosciamo oggi è stato inventato a tavolino, nell’Ottocento… Sono passati due secoli, da allora. La musica ha un’ovvia funzione sociale e reattiva: attualizzare i contenuti dei concerti, creare una sinergia tra pubblico e performer sono obiettivi non più eludibili, ai quali tutti dobbiamo rivolgere attenzione costruttiva».
Torniamo al programma scelto per Napoli e per l’Associazione Scarlatti. Una volta, lei stesso ha parlato di protorock , o qualcosa del genere, a proposito di Corbetta e della sua “Chaconne”… In che senso?
«Semplicemente trovo che sia un pezzo con un groove molto particolare, piuttosto sorprendente. Un brano che alterna parti più ornamentali ad altre decisamente ritmiche. Una pagina intorno alla quale mi concedo pure qualche digressione, poiché credo che la cosa risulti coerente con lo spirito del tutto. Se il rock è un’idea, e non un periodo storico, anche Corbetta può farne parte».
Che strumento userà in concerto?
«Un classico violoncello a quattro corde, sul quale dovrò adattare, senza speciali problemi, anche pezzi di repertorio per cinque corde. In realtà, usare entrambi gli strumenti sarebbe stato più bello, ma non so se abbiate presente cosa voglia dire andarsene in giro per il mondo portandosi dietro due violoncelli…!».
Da solista e autore importante quale è, si sente in dovere di ampliare il repertorio per violoncello?
«Non parlerei di un “dovere”, no. Piuttosto, mi rende felice sapere che nel mondo esistano vari autori, anche prestigiosi e bravissimi, che hanno scelto di dedicarmi le proprie opere. Mi piace almeno ricordare, qui, il concerto che Nicola Segatta ha scritto per me e che ho appena eseguito. Pagina decisamente bella di un artista che definirei “rinascimentale”: compositore, liutaio, violoncellista e poliglotta».
Intanto anche lei continua a scrivere, e non solo per il suo strumento…
«No, certamente no: il mio sguardo sulla musica non si è mai limitato al violoncello. Da poco ha debuttato, alla RAI di Torino, il Concerto per mandolino e orchestra scritto per Avi Avital. E ora sto completando una Cantata per soli, coro e orchestra che sarà diretta da Riccardo Muti, a settembre: è ispirata a Dante, e non posso negare che i riferimenti letterari costituiscano da sempre, per me, uno stimolo creativo assai proficuo».
Ricordiamo anche la sua passione per l’opera: dopo “Ellis Island”, di qualche anno fa, e l’oratorio su Caravaggio, ha altro in cantiere?
«Sto lavorando a due titoli nuovi, uno dei quali è pensato per un pubblico di ragazzi».
L’opera, in generale, per noi italiani è spesso associata ad un’epoca storica lontana… E per lei?
«Di primo acchito, sì. Quando scrivo, non provo alcun imbarazzo nel rifarmi, in linea di massima, anche ai modelli storici di Otto e Novecento. Quello che m’interessa, in questi casi, è soprattutto lo schema dell’opera, il suo perimetro; il “relitto” vorrei dire. Ecco, il relitto mi affascina, ma su di esso, poi, si tratta di innestare un linguaggio originale, nuovo».
E il libretto?
«Il rapporto tra ritmo e parola è la base di tutto. Nell’opera così come nel rock e nella pop-music. Noi compositori di oggi, che scriviamo per le voci, dobbiamo moltissimo ai grandi artigiani del libretto da melodramma, inutile negarlo».
Il termine “condivisione” cosa le fa venire in mente?
«Mi riporta all’essenza stessa del fare musica. Dalla condivisione, sia tra gli artisti sia col pubblico, dipende quasi sempre la riuscita di un concerto. È un termine che, in chiave personale, mi fa pensare poi al progetto con i 100Cellos, che dalla condivisione di interessi, stimoli e passioni continua a trarre forza: magari un giorno andremo persino a Sanremo, chissà…».
E sarebbe strano, ma non inverosimile, perché oggi fondere i linguaggi – ammettiamolo – è diventato più semplice…
«Rispetto agli anni Sessanta e Settanta del Novecento, sicuramente sì. Per troppo tempo, alcuni generi musicali sono stati considerati in contrapposizione: per gusto, funzione, scrittura, tipo di pubblico. Oggi, invece, si parla di musiche diverse, ma non inconciliabili: a mio avviso, è un bel passo avanti. Di quella stagione di cinquanta e passa anni fa non cancellerei nulla, perché è stata ricchissima di spunti e idee, non solo sul piano musicale. Ma i tempi, oggi, sono diversi; e le persone pure».

* Questo testo non può  essere riprodotto, con qualsiasi mezzo analogico o digitale, in modo diretto o indiretto, temporaneamente o permanentemente, in tutto o in parte, senza l’autorizzazione scritta dell’autore o della Associazione Alessandro Scarlatti.