Stagione Concertistica 2019/2020 settimo concerto

ORCHESTRA BAROCCA DELLA ASSOCIAZIONE ALESSANDRO SCARLATTI
ENSEMBLE VOCALE DI NAPOLI
MARIA GRAZIA SCHIAVO, soprano
ANTONIA SALZANO, contralto
LEOPOLDO PUNZIANO, tenore
GIUSEPPE NAVIGLIO, basso
LEONARDO MUZII, direttore

Johann Sebastian Bach (1685 – 1750)
Cantata in sol maggiore per soli, coro e orchestra “Süsser Trost, mein Jesus kömmt” BWV 151 

Cantata in do maggiore soli, coro e orchestra “Jauchzet Gott in allen Landen!” BWV 51 

* * *

Cantata in do minore per solo e orchestra “Ich habe genug” BWV 82 

Cantata in sol minore per soli, coro e orchestra “ Das neugeborne Kindelein” Bwv 122

4 Cantate per una nuova orchestra.
di Tommaso Rossi*

Volge ormai al termine questo 2019, che la sempre più numerosa e appassionata comunità della Scarlatti ricorderà per le celebrazioni del Centenario dell’associazione: un anno ricco di iniziative, di nuovi progetti, ma anche di riflessione sul passato di questo storico ente concertistico che ha fortemente inciso e incide, con la sua attività, sulla vita culturale della città di Napoli e della Regione Campania.
Molto vedremo e ricorderemo attraverso la bella mostra, curata da Aldo Di Russo e prodotta da Scabec e dalla Regione Campania, che proprio ieri è stata inaugurata, a Villa Pignatelli e che «mette in scena» la storia dei 100 anni della Scarlatti, in stretto dialogo con le vicende della nostra città. Nel percorso espositivo sono evidenziati i meriti dei fondatori dell’associazione, e le loro importanti iniziative: su tutte il coro creato da Emilia Gubitosi e l’Orchestra Alessandro Scarlatti, fondata giusto settanta anni fa, nel 1949, strumento straordinario di diffusione e produzione musicale voluto da Giuseppe Cenzato, Franco Michele Napolitano, Franco Caracciolo, Vincenzo Vitale e dalla stessa Gubitosi; questa compagine diventò, nel giro di pochi anni, una delle migliori orchestre d’Europa, passando, nel 1956 sotto la gestione della RAI, ma mantenendo, fino al 1972, un solido rapporto di collaborazione con l’Associazione Scarlatti.
Il concerto di questa sera, dedicato a un autore come Johann Sebastian Bach, che l’associazione ha contribuito fortemente a valorizzare e far conoscere in questi 100 anni, vuole calcare l’accento proprio sulla memoria della fondazione dell’Orchestra Scarlatti.
Non sappiamo dove ci porterà l’esperimento della Orchestra Barocca della Associazione Alessandro Scarlatti di questa sera; per formarla sono stati riuniti giovani artisti italiani ed europei specializzati nel repertorio barocco.
Certamente non è casuale la scelta di eseguire Bach con gli strumenti antichi, una consuetudine ormai ben radicata in tutta Europa e nel mondo, ma forse non in maniera sufficiente dalle nostre parti, e specialmente a Napoli. Da anni, attraverso il progetto ScarlattiLab Barocco, diretto da Antonio Florio, l’Associazione Scarlatti dedica uno spazio importante ai giovani cantanti e strumentisti che si dedicano al repertorio dei secoli XVII e XVIII. L’idea di formare un’orchestra che utilizzi gli strumenti originali e la prassi esecutiva storicamente informata è un chiaro rafforzamento di questa linea progettuale e potrà essere, se adeguatamente sostenuta, uno sbocco professionale per questi giovani.
Se è vero che dal 28 maggio 1938, quando per la prima volta i Concerti Brandeburghesi risuonarono integralmente a Napoli, grazie all’associazione Scarlatti, sono trascorsi ben 81 anni è altrettanto vero che quello spirito pioneristico e il gusto per le nuove sfide appartenga ancora alle corde della nostra associazione. La musica ha bisogno di nuovi orizzonti e speriamo che la nuova proposta musicale, lanciata questa sera dall’Orchestra barocca dell’Associazione Scarlatti, possa aprirne molti e diversi.

«Dolce conforto, il mio Gesù viene», recita in tedesco il testo seicentesco dell’aria con cui si apre la cantata BWV 151, eseguita per la prima volta il 27 dicembre 1727 a Lipsia, autentico capolavoro di simbolismo musicale: siamo immersi immediatamente nella magia pastorale dell’incanto della natività. Un perfetto meccanismo a orologeria degli archi, sostenuti dall’oboe d’amore, è la base per gli arabeschi del lungo assolo del flauto, su cui s’innesta il canto angelico che porta la notizia della nascita del Salvatore. La lunga aria prevede anche una sezione B, in tempo di gavotta, in cui lo squillo di gioia diviene ancora più luminoso grazie a una ghirlanda di veloci arabeschi di terzine. Gesù nasce tra umili pastori e per questo apprendiamo subito, nel successivo recitativo del basso, che la sua venuta al mondo è segno di liberazione per l’umanità «dalle catene di schiavitù e dal suo servaggio». Il tema dell’umiltà è alla base della seconda aria della cantata, affidata al contralto. La tortuosa scrittura di questo brano, in cui l’oboe d’amore alterna momenti all’unisono con gli archi a dialoghi serrati con la voce, evidenzia il paradosso della natività: nella povertà di Gesù l’uomo trova ricchezza. Il suo infelice stato è salvezza e benessere per i peccatori.
Il recitativo seguente, affidato alla voce del tenore è un vero e proprio approfondimento teologico del tema dell‘«abbassarsi» della divinità al livello degli uomini. Lasciare la casa di Dio significa nello stesso tempo l’aprirsi delle porte del cielo per gli esseri umani.
Il corale finale canta proprio la pienezza dell’ascensione verso Dio dell’umanità.

Da questa pienezza si riparte nel secondo brano in programma. La gioia assume qui il colore del brillantissimo duettare tra la voce di soprano e la tromba, nella prima aria della cantata Jauchzet Gott in allen Landen, BWV 51. «Levate a Dio grida di gioia in tutte le terre», dichiara solenne il testo tedesco. La tromba, che nella simbologia musicale barocca è sempre associata allo squillo militare, all’avanzare di armate vendicatrici o liberatrici, questa volta è la voce che annuncia la pace universale. Ignoriamo esattamente il contesto nel quale fu composta la cantata; alcuni musicologici suggeriscono una sua possibile iniziale destinazione extraliturgica all’interno di una corte (per un compleanno di un duca o di una duchessa). D’altra parte, l’esordio dialogante tra voce, tromba e violino, fa pensare a modelli operistici italiani, adatti più per occasioni profane che per momenti di ascensione spirituale. Il successivo recitativo accompagnato dagli archi conferma questo modello teatrale. Stupenda l’aria centrale accompagnata dal solo basso continuo. La parte di accompagnamento è una sorta di ostinato morbidissimo, su cui si staglia libera, aerea, lirica la parte del soprano. Il tema è quello della bontà divina continuamente rinnovata; abbiamo l’impressione di un meccanismo senza fine, eterno, quasi ipnotico.
Il quarto brano della cantata è basato sull’enunciazione da parte del soprano dell’inno di Johann Gramann Nun lob, mein Seel, den Herren . Sui valori larghi della parte vocale Bach ha innestato un incredibile meccanismo contrappuntistico che ha come protagonisti i due violini solisti e il basso continuo, a ricordare la triosonata in stile italiano. Senza soluzione di continuità la musica si precipita nell’Alleluja finale, in cui prende di nuovo la parola la tromba solista in un tripudio di suono.

Ich habe genung BWV 82 è una delle cantate più note del repertorio bachiano, giunta sino a noi in ben quattro versioni diverse. La prima, per voce di basso e oboe obbligato, fu composta per la cosiddetta terza annata lipsiense, ed eseguita il 2 febbraio 1727. La versione per flauto e voce di soprano (nella tonalità di mi minore al posto dell’originale do minore) è del 1731, cui seguirono una versione per oboe e mezzosoprano (con un ritorno al do minore originario) e addirittura una quarta versione per soprano e tastiera, considerata, da un fine conoscitore del mondo delle cantate bachiane come Raffaele Mellace, la prova di un utilizzo domestico e familiare di questo brano, addirittura nella ristretta cerchia delle mura di casa Bach. Il tema non è natalizio, ma è legato al momento della presentazione di Gesù al Tempio. Qui Simeone, comprendendo il significato di una profezia di Malachia, capisce che Gesù è il Messia. È come se la natività s’inverasse nel momento della presentazione sociale di Cristo; la salvezza non è solo miracolo ma è anche compiersi nella società. E così Simeone può dichiarare l’incipit dell’aria iniziale . «Ich habe genung», «ho quel che mi basta» . Simeone ora sa chi è il Salvatore. A duettare con la voce c’è un flauto solista nella tonalità patetica di mi minore. Il malinconico incedere di questo brano straordinario è dovuto al fatto che la prospettiva di Simeone è ora la morte, come è chiaramente affermato nel recitativo. La conoscenza del Messia rende possibile una morte dolce, un sonno placido cui abbandonarsi. Qui si colloca il magnifico terzo brano, nella radiosa tonalità di sol maggiore. Si tratta di una placida vera e propria ninna nanna. La prospettiva del riposo eterno genera la pacifica liberazione dalle sofferenze del Mondo.
Il passaggio a una gioiosa prospettiva ultraterrena è magnificato dal successivo recitativo e dall’aria conclusiva, un brano in cui ritorna la tonalità minore; il periglioso muoversi della melodia simboleggia chiaramente l’arduo addio al mondo, e, pur nella gioia e nella speranza, la difficoltà dell’avvicinarsi alla salvezza.

Il concerto si conclude con la cantata BWV 122, Das Neugeborne Kinderlein, scritta nel 1724. La prima domenica dopo il Natale coincise, quell’anno, con l’ultimo giorno dell’anno stesso e dunque vuole magnificare non soltanto la natività ma anche la gioia per un rinnovato ciclo di vita. Sullo splendido brano corale introduttivo, un mottetto su cantus firmus, (enunciato dalla parte dei soprani) Bach costruisce polifonie di grande complessità sia nelle parti del coro che in quelle strumentali.
Come spesso si verifica nella musica di Bach i registri vocali dei solisti richiamano precisi messaggi simbolici. Il basso, cui è affidata la successiva aria, si rivolge ai peccatori, sostenuto da un ostinato affidato al solo continuo, preannunciando la gioia della salvezza. Ed è il soprano, voce angelica per eccellenza, nel successivo recitativo, a dichiarare la riconciliazione tra gli esseri umani e il Paradiso, e le creature angeliche che in esso vi abitano. Il simbolismo musicale di Bach affida a tre flauti dolci il compito di evocare l’ambientazione angelica. Un «colpo di teatro» che testimonia l’attenzione continua di Bach al senso profondo del testo e alla sua rappresentazione musicale.
Il corale successivo mette in campo la gioia degli umani nell’avvicinarsi al piccolo Gesù. Si tratta di un pezzo d’intenso contrappunto che rappresenta l’acme drammatico della cantata, la presa di coscienza della vittoria sul male. Il successivo recitativo e il corale finale sono il punto d’arrivo del percorso di salvezza e nello stesso tempo sono anche pretesto per l’augurio di un felice anno nuovo, allora come oggi.

* Questo testo non può  essere riprodotto, con qualsiasi mezzo analogico o digitale, in modo diretto o indiretto, temporaneamente o permanentemente, in tutto o in parte, senza l’autorizzazione scritta dell’autore o della Associazione Alessandro Scarlatti.